Fiorini, “vecchio cuore” rossonero: «Ecco la mia Top 11 della Portuense»

Lo storico dirigente racconta i grandi giocatori passati per il club che lui ha sempre amato e che ha difeso sia da calciatore che dietro la scrivania 

il personaggio

Gianfranco Fiorini, a Ferrara e non solo, è una di quelle persone che non hanno bisogno di presentazioni. Se siete nel calcio e non lo conoscete, o non avete mai avuto bisogno di un suo consiglio, un chiarimento, una delucidazione... probabilmente non siete di questa terra. A parte gli scherzi, Fiorini, classe 1940, premiato con la stella di bronzo al merito sportivo dal Coni nel 2016, è una vera istituzione del nostro calcio, ed essendo portuense ed avendo seguito la società rossonera per molti anni, anche da vicino, può compilarci con grande accuratezza una lista dei migliori giocatori in rossonero.


Ci racconti il suo percorso...

«Da ragazzino ho giocato. Ero un terzino. Ho giocato prima con il Ripapersico e poi con la Portuense. Diciamo che non ero molto considerato, e probabilmente a ragione. Allora, anni ’50, non c’erano sostituzioni, non c’era panchina: o giocavi o guardavi la partita dalla recinzione o dalla tribuna. Ho cominciato a fare il guardalinee. Poi qualcuno ha scoperto che ero bravissimo a compilare le distinte. Compila una volta, compila due, e ho finito per compilarne tante. E dato che per me cercare di realizzare il mio compito al meglio era una questione di principio, è finita che ho cominciato a collaborare prima e a prendere la responsabilità poi, con la segreteria. Mi sono letto dall’inizio alla fine praticamente tutti i comunicati ufficiali, e poi le carte federali e, in seguito, anche i comunicati di altre province. Le casistiche sono importantissime. All’inizio, comunque, avevo cominciato a collaborare come giornalista alla Gazzetta Padana, seguivo il calcio dilettanti. Mi piaceva tantissimo. Ho collaborato anche con altri giornali, e persino con le radio locali che si stavano espandendo negli anni ’80, con Radio Copparo e con Radio Estense Informazioni. Ho scritto dei pezzi anche per il Corriere Adriatico di Ancona. Allora capitava di sconfinare nella Marche, per qualche partita. Poi dieci anni da segretario a Portomaggiore, fino al 92. Tre anni nell’Ostellato che allora giocava in Eccellenza. Poi sono stato responsabile per il comitato di Ferrara, ed in seguito commissario di campo quando presidente era Mambelli, e poi in consulta regionale, con vari incarichi anche in collaborazione con il comitato regionale. Dal 2005 sono tornato alla Portuense, con anche un anno al settore giovanile della Spal (l’anno della ricostruzione come Spal 1907; ndr)».

E adesso?

«Adesso mi riposo. Se capita, andrò a vedere delle partite».

Allora, che Top 11 può proporre, da vestire con la maglia rossonera?

«Non è molto facile. La Portuense era uno squadrone prima della guerra, ma di quella Portuense io ho solo letto i resoconti. Credo che il gigante di quella squadra fosse Savino Bellini, grandissimo giocatore anche di serie A (Portuense, Spal, Novara e Juventus, il suo percorso; ndr), che io ho visto operare ma soprattutto come allenatore. Ma se gli hanno intitolato lo stadio, credo che qualcosa di buono, di molto buono, in un modo o nell’altro l’abbia fatta».

Allora non stiamo troppo ligi alla scelta ruolo per ruolo. Cominciamo dai portieri.

«Questa è la scelta in assoluto più difficile. Qui ne abbiamo avuti di fortissimi, e persone che non solo hanno fatto grandi passi nello sport, ma anche al di fuori. Per esempio, Meliconi, che poi è diventato un industriale di alto livello (si, quello dei porta telecomandi ed altri accessori in plastica; ndr), scomparso da poco, ho letto. Veniva da Pistoia. Poi Zibordi, bolognese, o il grandissimo Tonino Ferroni. Oppure Cappato, che oggi è un cardiochirurgo di fama mondiale. Ma sul piano sportivo, se ne devo scegliere uno, forse Nello Orlandi, che ha saputo arrivare anche nel Bari e nella Lazio».

In difesa, chi ci mettiamo?

«Prima di tutti Bruno Macchia, va ricordato, poi arrivò alla Spal. Un eccellente difensore. Poi, a mio avviso il più significativo dei difensori è stato Giulio Boldrini, di Ostellato. Ottimo giocatore e grande persona, che arrivò e rimase a lungo nella Spal. E poi, Giuliano Bolognesi, e Armando Zamboni, Giangiacomi e Schincaglia. Una cosa da dire su Zamboni. A Portomaggiore ha giocato anche suo figlio, un grandissimo mediano, Michele. Anche lui aveva militato ad alti livelli».

Quindi, i centrocampisti...

«Ne posso citare tanti, almeno due per ruolo. Andiamo da Alfio Longhi a Giuliano Benini, da Alessandro Claysset a Pietro Taroni, da Antonio Savelli (ex Legnano in serie C) a due ottimi centrocampisti che poi hanno continuato come dirigenti: Dagoberto Alberani (che ci ha lasciati da poco; ndr) ad Argenta e Gigi Zanotti, il ds del Lavezzola».

Tra gli attaccanti?

«Bartolo Berardi, ma anche Oberdan Orlandi, il poderoso Beciani, oppure Gravina, classe enorme. Era venuto da queste parti per aver vinto un concorso alla Camera di Commercio. Un goleador vero, che se la cavava anche in appoggio. E Stefano Pasti, una vera forza».

Pochi giocatori degli anni recenti.

«Ci sono buone ragioni. La Portuense migliore, in assoluto, è stata quella degli anni ’60 e soprattutto ’70. Nel recente passato abbiamo avuto diversi ragazzi molto validi, ma a livelli assoluti forse meno appariscenti di quelli del passato. Posso citare la punta Trombetta, che è rimasta poco. O i fratelli Grandi, Norberto e e Alberto. Ma anche Daniele Buriani, il figlio di Ruben, o “Chicco” Buriani, più da allenatore, il nipote. O Paolo Macchia, figlio di Bruno». —

Alessandro Bassi

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