Lo chiamano Contismo È un modo di vivere

Aveva aperto il ciclo del decennio bianconero, ieri l’ha chiuso. Basterebbe questo per far capire chi è Antonio Conte e quale peso ha avuto nello scudetto nerazzurro, probabilmente il più bello perché il meno facile. La dimostrazione che non bisogna credere a chi dice che un allenatore conta meno del 20% nelle vittorie di una squadra. No, Antonio conta molto di più, è decisivo. Lui plasma le squadre, le porta ad assomigliare a lui da giocatore, quando già con pochi capelli in testa era l’anima del centro campo della Juve (che torna sempre, nel suo destino...). Lui, integralista del 3-5-2, schema che riempie di contenuti, di movimenti di tagli, di grinta. Il suo è stato lo scudetto della maturità, della consapevolezza. Un processo a lunga decantazione, passato per uno scudetto perso per un punto, da una finale di Europa League maledetta, da un’eliminazione in Champions ancora non digerita, perchè arrivata dopo prestazioni all’altezza di Barcellona e Borussia Dortmund. La migliore difesa, un Lukaku rimesso a nuovo, Lautaro lanciato nel gotha degli attaccanti mondiali, Barella consacrato, Eriksen e Perisic prima bastonati e poi decisivi, Darmian rispolverato e fondamentale nel finale. Il suo gioco non sarà quello di Sacchi o di Guardiola, ma stavolta chissenefrega: la mission era riportare lo scudetto alla gente nerazzurra dopo una vita: detto, fatto. —