Ferroni: io, semplicemente Tonino: «La mia Comacchiese di tutti i tempi»

L’ex portiere e mitico preparatore è una figura iconica del calcio lagunare, di cui tratteggia i personaggi che ne hanno fatto la storia 

COMACCHIO. «Ero un ragazzino. Mi piaceva giocare in porta. Andavo al campo e vedevo il grande portiere Marandella che volava da una parte all’altra della porta. Volava. Volevo volare anch’io. E ho volato». Antonino Ferroni, conosciuto come Tonino, è uno dei grandi protagonisti del calcio ferrarese, non tanto e non solo per la sua attività da calciatore, ma anche per il suo impegno come preparatore dei portieri, e nel calcio giovanile in generale.

IL PERCORSO


Tonino Ferroni nasce a Comacchio il 26 luglio 1948. «Sono un comacchiese del centro. Ora abito proprio in un posto in cui, se apri la finestra, vedi il canale, a due passi dalla chiesa. Non credo che ce la farei ad abitare lontano da Comacchio. Ho esordito da ragazzino, dopo le giovanili proprio in rossoblù. Ho giocato qualche partita a 16 anni non ancora compiuti. Allora erano i 16 anni il limite minimo per la prima squadra. Renato Ferrioli, il dirigente, lavorava in Comune e conosceva tutte le leggi e le scappatoie. Fece in modo di farmi giocare. Erano gli anni in cui il Comacchio lavorava con grande impegno sui giovani, con dirigenti come Pallotta, lo stesso Ferrioli, Giancarlo Fantini, Tonino Zanni. E poi c’era Adeo. Non ricordo il cognome: ricordo solo che aveva una fabbrica di gelati. Fantini, con le segnalazioni ed i contatti del nostro allenatore-giocatore Bettoli, ex Milan e Palermo, mi portò al Bologna, alla Spal. A Mazza piacevo, ma pagava poco. Andai al Padova. L’allenatore era un ferrarese, Pino Montanari. Ricordo che al primo allenamento con il Padova, a 16 anni (avrei fatto il terzo portiere) mi portò papà, con la famiglia, su di un pullmino Volkswagen verde. Papà aveva una piccola azienda edile, e gli davo una mano, come muratore. Al Padova, in ritiro a Belluno, mi trovai catapultato nel calcio professionistico. Con i carichi di lavoro pesanti, la corsa, la fatica... onestamente, rispetto al cantiere, era quasi una passeggiata. Sembrava una vacanza. La fatica vera era altra. Mi è rimasta sempre la passione per l’allenamento duro, per il lavoro individuale e di squadra ben fatto. Rimasi sei anni a Padova. Il Padova era in B. Vincemmo il campionato Primavera ed anche il campionato De Martino. Le squadre, in teoria, erano giovani. Ma non c’erano le rose ampie di adesso. Giocavi contro l’Inter e, se non c’erano coppe, ti trovavi di fronte Jair. Contro il Vicenza ho giocato contro Vinicio. Ho anche esordito, giovanissimo, a Palermo. Da terzo, per vari infortuni, ero diventato primo portiere. Ma il giorno prima della gara presero un altro portiere ancora. Finì che si fece male pure lui, ed io giocai uno spezzone di partita. Più giovani di me avevano giocato Vecchi al Milan e Girardi al Mantova. Io però volevo giocare. Sono andato alla Spal, alla Civitanovese, sono stato anche fermo un anno per una lesione al menisco. A Ferrara ero il secondo di Marconcini. Mazza mi chiedeva pazienza, ma io volevo giocare. Allora con l’aiuto di Guirrini andai nelle Marche. Ho avuto anche Edo Patregnani come allenatore. Dopo i professionisti ed i semi pro sono andato a Codigoro ed a Portomaggiore. Ho vinto tre campionati di dilettanti, e d’estate andavo in giro per i tornei, ero... richiesto».

«Poi sono tornato a Comacchio, dove ho cominciato ad allenare i giovani ed i portieri: uscirono Roberto Ferroni e Gigi Simoni. Con Angelino Cavalieri portammo Gigi in molti posti, grazie agli uffici di Gino Vecchi ero in contatto con Ranzani. Portammo il ragazzo al Cosenza e mi chiesero di restare come vice di Montefusco».

LA CLASSIFICA

Dopo aver parlato di lei, andiamo a compilare la sua top 11 della Comacchiese? «Non so se ci riesco. Non voglio dimenticare nessuno. E forse sarebbe meglio chiedere a Francesco Cavalieri, che ha fatto rinascere la squadra dalla Terza Categoria con tanti giovani. Suo padre giocava, lui anche. Ora è il presidente».

Noi vogliamo la sua. Per il momento... «Allora: portiere potrei mettere me, ma non sarebbe bello. Comacchio è stata una vera fucina di talenti, in porta, da Simoni a Nordi. Io però cito un grande del passato, Marandella. Non parava, volava a prendere tutto. Esterno destro, Vincenzo Guidi. Duro, giustamente cattivo, rude e determinato. Una sicurezza. Un giocatore da Comacchiese. Pensate che quando giocavo a Codigoro e arrivammo allo spareggio, giocato a Ferrara allo stadio, con 5000 tifosi e che la Codigorese vinse, mi toccò andare in ritiro a Codigoro la settimana prima della gara, per dire quanto sentano la loro squadra e sentissero la competizione a Comacchio a quei tempi. A sinistra, Giovannino Cavalieri. Da libero, Pietro Bettoli. Ex pro, un difensore fortissimo. L’altro difensore centrale potrei dire Giangiacomi, anche se ha giocato qui un anno solo. Ma anche Buzzi e Luciani furono grandi difensori. Mediani? Armando Cavallari. Solo una definizione: fortissimo. Giocava in Prima o Promozione, ma avrebbe fatto la differenza anche in serie D; ed un altro Luciani, Liviano, che poteva tranquillamente giocare almeno in D. Il numero 10 lo lascio a Pino Cavalieri, il capitano, rifinitore, tecnico, eccelso centrocampista. Padre dell’attuale presidente. Un giocatore fantastico e poi possiamo citare Piersante Tommasi. Punte? Il centravanti è Pinuccio Cavallari. Era un giocatore dai 18 ai 25 gol a campionato. Fantastico. È il papà di un altro giocatore fenomenale, Oscar Cavallari, che adesso fa l’allenatore del Comacchio. Ala destra diciamo Ferrari, attaccante esterno di valore. E come ala sinistra Gilberto Marchini. Veloce, determinato, fortissimo, e vedeva anche molto bene la porta, segnava tantissimo».—

Alessandro Bassi

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