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Dalla luna al grattacielo: l’addio dei Colombarini

Dalle 21, al Parco Coletta, la presentazione delle nuove maglie della Spal sarà l’occasione per il congedo pubblico dell’attuale proprietà 

FERRARA. Ci sono date che entrano nella storia di una città. Nel museo della memoria collettiva. In questo caso nella «famiglia» Spal, come ripete da otto anni il presidente Walter Mattioli. Poi ci sono giorni che chiudono un’epoca. La data è quella del 12 luglio 2013, quando il pressing dell’allora sindaco Tiziano Tagliani garantì un futuro alla Beneamata. In quei momenti non era dato sapere quanto grande, almeno stabile sì.

E dopo un decennio incerto, già la solidità gestionale appariva un arcobaleno. In quell’ora arrivò a sintesi una trama complessa e delicata: la famiglia Colombarini (Francesco e Simone) valicò il Rubicone: rilevò da Roberto Benasciutti il marchio spallino, trasferendo di fatto Giacomense e titolo sportivo (Seconda Divisione) a Ferrara. Al Mazza.

Cuore e sussurri. Il giorno che invece mette la parola fine ad una cavalcata che appariva impensabile è oggi. È questa sera. Ore 21, appuntamento al Parco Coletta ai piedi del grattacielo. La “scusa” è la presentazione del kit maglie per l’imminente stagione sportiva di Serie B. Il cuore dell’appuntamento è in realtà il congedo pubblico (non ancora ufficiale: il closing è atteso lunedì 9 agosto) di Colombarini e Mattioli. «Sì, questo momento sarà l’occasione per salutare i tifosi» sussurra con sfumature di amarezza Mattioli. Tra qualche giorno sbarca Joe Tacopina, front man degli investitori statunitensi che intendono ridare slancio alla ambizioni spalline. Cambio al vertice. Epocale. Proprietà straniera, effetto della globalità del mondo. Simone Colombarini cede perché «più di così non possiamo fare».

E la Curva Ovest renderà omaggio: «Dedicheremo un saluto pubblico a persone che in questi anni hanno dato tutto quello che potevano dare per la nostra maglia. Parliamo di Walter Mattioli, il più grande presidente che Ferrara ha visto dai tempi di Paolo Mazza, e di Simone e Francesco Colombarini imprenditori seri e competenti come non ce ne ricordiamo a queste latitudini. Insieme a noi, con una sinergia perfetta durata otto anni, ci hanno fatto vincere tutto quello che era difficile anche solo immaginare. Ora è arrivato il momento dei saluti, di dire grazie e, piuttosto che “piangere” per quel che sta finendo, di festeggiare insieme i traguardi grandiosi che siamo riusciti ad ottenere».

Da Meda alla Juve. La famiglia Colombarini è entrata nella storia riportando la Spal in Serie A a quarantanove anni di distanza. Il cammino agonistico parte dalla Brianza. A Meda, contro il Renate. Leo Rossi è il mister: squadra in vantaggio, arbitro infortunato. Match sospeso. Bene ma non benissimo. In ottobre la squadra viene affidata a Massimo Gadda, chiude 6ª e per effetto della riforma dei campionati entra nella nuova Lega Pro. Pure la ripartenza dell’anno dopo è spinosa: Oscar Brevi salta e nel dicembre 2014 sbarca in città un tecnico toscano con tanta gavetta sotto le scarpe. Ambizioso. Poco noto alla platea glamour dell’italico pallone: Leonardo Semplici. Debutto al Mazza con la Carrarese, piove. Sconfitta. Fischi. Eppure sono le prime righe di un romanzo iconico. Leo e la Spal, Leo e la proprietà. Leo e la gente. Si arriverà sull’Olimpo.

Intanto i biancazzurri chiudono quarti con un girone di ritorno superbo (otto successi di fila nel finale), falliscono i playoff di un niente. Gettano le basi per un domani di inimmaginabile emozione. La cavalcata trionfale è un pugno sul tavolo: cinque vittorie di fila, poi due pareggi. Sbam! La Spal prende la vetta e non la molla più. Il 23 aprile del 2016, pareggiando 1-1 con l’Arezzo, i biancazzurri tornano in B ventitré anni dopo l’ultima apparizione. Sembra la valle dell’Eden, invece è l’anticamera del paradiso. I patron Francesco e Simone sono una guida salda, mai da parte loro un’invasione di campo in territori magari più tecnici. Mai un’ingerenza pubblica nelle scelte del direttore sportivo Davide Vagnati oppure nelle scelte tecniche e di formazione dei propri allenatori. Colombarini - molto prima della notorietà calcistica - è un nome legato a Vetroresina: realtà aziendale solida con sedi a Masi San Giacomo e Portomaggiore (più stabilimenti in Brasile e Stati Uniti). Leader nel mercato nella produzione dei laminati in resina poliestere, rinforzati con fibra di vetro, che hanno una vasta gamma di applicazioni dall’edilizia ai pannelli per porte, senza dimenticare camper e caravan. Francesco Colombarini è sempre presente, insieme alla compagna Simonetta: vicino alla squadra anche nelle trasferte logisticamente più complicate.

Un uomo dalla spiccata ironia, una persona concreta che non ama la ribalta. Certo, ci sono stati momenti di ansia perché quando si arriva a certi livelli non si possono non avere timori di non farcela e di non essere all’altezza della situazione. Però il timone è sempre stato tenuto in mano in maniera salda, senza incertezze. Il figlio Simone rappresenta il volto pubblico della società; come il padre è presente in maniera discreta in tutte le gare, quasi sempre con la moglie Elisa. Da lui non ci sono da attendersi dichiarazioni roboanti.

Gli astri. Dunque, “congiunzione astrale” fortunata dopo decenni bui. Nel 2016 l’idea è solo una: salvare la serie cadetta. Viene mantenuto lo zoccolo duro che ha vinto la Lega Pro (Lazzari, Mora, Giani), arrivano (Meret, Antenucci, Vicari, Bonifazi, Schiattarella...). Mattioli fatica a tenersi: spende parole prudenti ma la testa guarda alla cima. E quando a gennaio arriva Floccari, esplode la santabarbara. Rendimento costante, cinque vittorie filate ed è primato. Non si molla. Finale in apnea e il 13 maggio 2017 è apoteosi. Ritorno in A. La domenica dopo, al Mazza, ultima col Bari vinta e consegna della coppa “Ali della vittoria”. La società investe nelle infrastrutture (Centro Fabbri e Mazza), mette piede nel triennio della massima serie. Lo sbarco sulla luna. L’approdo negli stadi ricchi di fascino e di gloria: il Meazza, il J Stadium, il San Paolo. E l’Olimpico dove c’è il debutto il 20 agosto: 0-0 contro la Lazio che aveva appena vinto la Supercoppa contro la Juventus.

Il girone d’andata è comprensibilmente difficoltoso (tre vinte e sei pari a fare classifica), il ritorno è giocato in maniera più matura. Buona solidità difensiva, tre successi nelle ultime quattro (Verona, Benevento e quella all’ultimo decisiva contro la Sampdoria). Salvezza meritata. Ed il campionato successivo è il più bello: arriva Petagna, la Spal batte in rapida successione Bologna, Parma e Atalanta. Colpo in casa Roma. Gli occhi luccicano, la squadra invece rifiata e perde qualche colpo di troppo. Sempre fuori dalla zona retrocessione, epperò pericolosamente a rischio. La svolta il 27 gennaio a Parma: sotto 0-2 i biancazzurri vincono 3-2. È il colpo d’ala: a Ferrara cadono in successione Roma, Lazio e Juventus. Fuori casa la Spal batte le rivali dirette Frosinone, Empoli e Chievo. Tanto bello questo campionato, quanto orribile quello seguente che mette la parola fine al sogno maximo. Parte Lazzari, si fa male Fares. Si incrinano un po’ i rapporti interni con Semplici. Arriva il Covid-19, Vagnati passa al Torino. Mister Leo viene esonerato, la scelta Di Biagio non paga. È una chiusura deprimente.

Analisi. L’inizio delle riflessioni dei Colombarini, i cui conti si sono appesantiti. Per il coronavirus che ha cancellato gli introiti, per una rosa che costa come fosse in A. Arriva Pasquale Marino, esperto e di mano ferma. Sei vittorie tra ottobre/novembre danno sostanza all’idea di risalita immediata. Invece il mercato di gennaio ha come focus i conti: nessun rinforzo. L’attacco non c’è, la squadra perde terreno. Né la risolleva Rastelli, nuovo “titolare” della panchina. Sfuggono anche i playoff. Amarezza totale. Che rimane un sottofondo di tutta questa estate. E il presidente Mattioli non l’ha mai nascosto. Perché Walter ha la spallinità nel sottopelle. Il 17 luglio del 2013, in una stanzetta dello stadio sopravvissuta a un decennio di sciatteria gestionale, Mattioli si insedia. Una scrivania, una maglia biancazzurra e, in alto, una gigantografia. Una foto di Paolo Mazza, che campeggiava alle spalle di Mattioli. Il presidentissimo, che sembrava inarrivabile avendo portato e mantenuto a lungo la Beneamata nella massima serie, ascoltava le prime calde parole di Mattioli.

«Sono nato a Portomaggiore come “qualcuno” che ben conoscete – sussurrò Walter gettando lo sguardo all’indietro –: fin da ragazzino ho seguito la Spal. Ora “sono” alla Spal e vogliamo fare bene». Ecco, da quel dì, Mazza ha vegliato su questa società. Ferrarese tra i ferraresi. Con nel Dna la piena coscienza di quello che la Spal ha sempre rappresentato per le terre estensi. «Faremo grandi cose – ha via via declinato l’impegno totale per il club il presidente Mattioli –: se qualcosa non dovesse andare, significa che non sarò stato attento». Appunto, perché Mattioli vive la Spal “accaventiquattro”. Walter ha tenuto il punto dialettico sempre. Ogni mese, ogni settimana. Mattioli per sei giorni alla settimana ama essere il nonno burbero, il capo che ascolta poi valuta e decide. Il giorno della partita, però, è altro. Soffre, sbuffa, sbotta. «Qui alla Spal amiamo ciò che facciamo» puntualizza per smontare un po’ l’eruzione lavica. Qualche volta se la prende con i calciatori, talvolta col mister. Wor bas, sempre avanti. «Provo sentimenti che non è facile descrivere - raccontò nel delirio festaiolo di Terni, il pomeriggio della storia -; in trent’anni ho vinto in tutte le categorie calcistiche: dalla Terza categoria alla B. Poi dal recinto di Masi alla massima serie». Gli ultimi, probabilmente, sono stati i mesi più complessi della sua gestione spallina. E tra i pensieri, una frase che sente sua: «Popolo spallino, rimaniamo sempre così uniti. Noi siamo la Spal». —

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