Inge Feltrinelli: Che cosa vorrei Da Ferrara? Un altro Bassani

Inge Feltrinelli

L’augurio alla città per i 20 anni della libreria Tanti ricordi e una speranza letteraria

Inge Feltrinelli, la tenace fondatrice dell'omonimo gruppo editoriale, pur non riuscendo a presenziare al ventennale della libreria che in piazza porta il suo cognome, ci ha tenuto a dedicare un augurio di cuore alla città, ricambiando i ricordi raccolti in vent'anni con stima e speranza nel suo staff. Conobbe Giangiacomo Feltrinelli nel 1958, che sposò due anni dopo, seguendolo a Milano.
Inge oggi è presidente onorario della società Librerie Feltrinelli e consigliere della Fondazione intitolata al marito.

Come fu in via Garibaldi l’inaugurazione del '94?

«Vent’anni fa Ferrara era sotto l'alluvione; l'auspicio era terribile quando abbiamo aperto a tutti in centro storico. Editori e scrittori sono arrivati in ritardo da Milano e mio figlio nemmeno ci riuscì, a causa delle strade chiuse. Eppure, fu un novembre grigio come questo che ci ha portato fortuna».

E un aneddoto che l'è rimasto impresso, qui?

«Dopo qualche anno sono arrivata a Ferrara da Mantova con Amos Oz, che tenne una lezione in libreria: erano presenti tanti ebrei che rimasero colpiti dal suo non essere ortodosso… mentre lui li canzonava con ironia. Per di più, quando dichiarò di essere per uno stato palestinese, i ferraresi rimasero senza parole».

È ancora possibile mantenere in libreria un rapporto diretto con le persone, pur essendo una catena?

«Ma questa è da sempre la filosofia della Feltrinelli, la nostra missione culturale: vogliamo fortemente essere in ogni città un piccolo beaubourg. Essere un luogo stimolante, specialmente per i più giovani, e farli riflettere grazie alla lettura. Almeno che imparino a sentire l’odore dei libri, anche senza comprarli».

La memoria del suo Giangiacomo torna sempre a galla; di recente n’è stata testimone pure la Sala Estense. Come lo ricorda?

«Come un grande imprenditore di cultura moderna. Cinquant'anni fa, già prima della battaglia, parlava dei problemi politici dei Curdi. Un uomo veramente eccezionale, acuto, con le antenne alzate sul suo tempo».

Del nostro Franceschini, invece, che ne pensa? Si sta interessando molto all'editoria…

«Per quanto sia molto attivo, è un po’ presto per dirlo. Possiede tante qualità e si impegna: dà fiducia alla gente. E anche a me».

In che modo sta vivendo il passaggio da libro a e-book?

«Non è un passaggio e non vedo tutta questa apocalypse now. Ci saranno sempre i lettori “forti” del cartaceo; da Gutenberg ha resistito per 400 anni, non può perire per l'e-book. Poi i libri non costano niente ed è talmente bello toccare la carta, apprezzarne il design. L’e-book è una cosa sterile».

Ma lo crede persino da editore?

«Certo che no, l'e-book ha la sua importanza. È fondamentale per gli studenti, per le università e per chi viaggia, ad esempio. Lo considero un supporto complementare, che cammina in parallelo. Io, però, sono “antica” e preferisco quello di carta".

Un argomento caldo del ventennale sarà la bagarre di premi letterari. Volendo citare Petrocchi, l’Italia è diventata una polveriera?

«Esistono solamente pochi premi a cui valga la pena di partecipare, come lo Strega, il Campiello, o il Viareggio. A me interessa la qualità di un libro, prima che le beghe per un premio da aggiudicarsi. Aiutano per il lancio, ecco, ma non sono così essenziali. E valuti che ce ne sono oltre 2mila».

Che cosa augura a Ferrara?

«Sono molto felice di poter parlare alla città, perché per me è speciale: nel 1991 ho ricevuto dall'Ateneo estense la laurea Honoris Causa in Pedagogia. È stato un grande onore essere la prima donna dopo Abbado. Inoltre è una chicca d'arte all’avanguardia, in particolare per le mostre a Palazzo dei Diamanti e la stagione teatrale al Comunale. Comunque vorrei da Ferrara un nuovo Giorgio Bassani. Un giovane tale deve esistere».

Matteo Bianchi