L’amore di Antonia Pozzi per gli altri e per il mondo

Pubblicato l’epistolario integrale della poetessa morta suicida Garofalo: estrema sensibilità, paura e coraggio disegnano il suo cammino

FERRARA. Hanno lasciato che le parole di Antonia Pozzi scorressero libere tra il pubblico, lungo le tele sulle pareti e intorno alle finestre con gli scuri; persino giù per le scale, sull'uscio di Casa Ariosto.

Venerdì scorso, Patrizia Garofalo e Marco Dalla Torre hanno portato in città, e finalmente, Ti scrivo dal mio vecchio tavolo. Lettere 1919-1938 (Àncora Editrice, 2014), l'epistolario integrale della poetessa morta suicida. Carte sudate, raccolte e curate da Graziella Bernabò e suor Onorina Dino, che vogliono rimediare all'usura cieca del tempo e non perdere il percorso esistenziale della Pozzi, la sua gioia di vivere, resa a Ferrara ancora pulsante, grazie alla mostra di Gianluca Moiser, che si è occupato anche delle letture.

Nella Pozzi la vita si coniuga con la poesia, insieme alla scelta consapevole della solitudine. Per quanto tragica, la sua fine mai annullò, neppure nel momento estremo dell'addio, l'amore che provava per gli altri e per il mondo, come attestano gli ultimi messaggi ai genitori, agli amici Vittorio Sereni e Dino Formaggio, con cui si sentiva libera di essere quella che era senza timori.

“Nel suo “addormentarsi” il pensiero va a loro e alla Nena, mentre ancora affiorano immagini di una natura ridente e materna: la Grigna con i suoi rododendri, gli amati fossi e i ‘papaveri in fiore’ di Chiaravalle”, commenta nel volume la Bernabò.

“… forse anche sul terreno petroso qualche fiore, qualche piccola felce strana. Perché la terra fiorisce quando due anime si prendono per mano e vanno in alto a guardare il mare” (13 agosto 1934), sono state le poche righe di una lettera a invitare Patrizia Garofalo a un approccio lirico, umano e sottopelle: «Una forte tensione emotiva - ha esordito la studiosa - e altrettanta meditazione sulla vita e sulla caducità del mondo uniscono, coagulano e accrescono in un ritmo quasi ascendente, il suo cammino. Estrema sensibilità, sconfitte e costante ridefinizione di sé, paura e coraggio, e attenzione all'essenza, disegnano un cammino irrorato da una luce che riverbera l'infinito e a esso tende fino all'ultimo giorno, all'ultimo istante».

I suoi “taccuini di viaggio” traboccano dell'empatia con ciò che la circonda, sono cartoline che permettono di conoscerla più a fondo. «Forse è nascosta nel "sono quello che devo essere" la dicotomia del suo vivere - ha concluso la Garofalo - il vulnus insanabile di non saper rispondere alle aspettative dei genitori, dei tempi e della società, il disagio esistenziale nell'avvertire in sé una costante inadeguatezza. È nel suo grembo che trattiene il dolore, l'amore per il professor Cervi sin dalla tenera età, e in grembo alla terra entro cui avverte profondamente l'immanenza di una religiosità laica che tutto pervade e che sale su fino alle vette innevate quasi ad ascoltare il cielo».

Matteo Bianchi