Arriva l’industria emiliana: la cultura si apra al mondo

Bologna e Modena ‘eredi’ del premio. Il ministro: contratti da cambiare

STEFANO CIERVO. Il Premio Estense è stato preso sotto l’ala degli industriali di Bologna e Modena. Il passaggio di consegne ancora non c’è, visto che Confindustria Emilia, fusione tra le Unindustrie di Ferrara, Modena e Bologna, nascerà l’1 gennaio 2017, ma i saluti e le rassicurazioni elargiti ieri pomeriggio al Comunale dai “cugini” Valter Caiumi e Alberto Vacchi, valgono come una polizza per il prossimo mezzo secolo del premio, avendo appena festeggiato i primi cinquant’anni. È questo uno dei due filoni extra-cerimonia dipanati ieri sul palco dell’Estense; l’altro lo ha proposto qualche minuto dopo il ministro Giuliano Poletti, prefigurando il superamento dell’attuale contratto di lavoro.

«La cultura è un valore se riesce ad aprirsi agli strumenti del mondo moderno, solo così potrà goderne tutta la comunità. Tutti assieme sapremo valorizzare ancor meglio le nostre eccellenze» è andato oltre il saluto formale l’industriale modenese Caiumi, tanto da far immaginare qualche novità in vista delle prossime edizioni. In platea c’è chi ha proiettato in prospettiva i piccoli inconvenienti tecnici (la musica che non partiva, i microfoni ballerini), ma gli auspici di Riccardo Maiarelli, presidente di Unindustria Ferrara e garante della fusione con gli altri due colossi, sono apparsi convinti: «Il cambiamento confindustriale ci auguriamo possa rinnovare l’impulso e la voglia di fare impresa di Ferrara, che ancora non mostra un quadro dinamico di uscita dalla crisi. La continuità del Premio Estense, in ogni caso, non è messa in discussione, perché la validità dell’evento è stata riconosciuta anche dai colleghi di Modena e Bologna». Il Premio Estense è uno dei capitoli del protocollo di fusione, bisogna a questo punto vedere se il format sarà mantenuto o ci saranno da subito novità.

Poletti ha chiuso la cerimonia parlando a braccio, «un po’ perché sono pigro e mi risparmio la fatica di scrivere i discorsi, un po’ perché ho preso da mio nonno di Imola che raccontava le favole davanti al fuoco e guardava in faccia le persone. Leggendo un testo non si può fare, preferisco vedere immediatamente l’effetto di quanto dico». Così il ministro del Lavoro ha lasciato da parte il politichese e ha trasmesso in pochi minuti un doppio, diretto messaggio. «Abbiamo di fronte una sfida importantissima, come ha detto anche Marco Damilano. Spero di poter dire un giorno di aver fatto parte di chi ha aiutato la ricostruzione di questo paese, come la Dc fece nel Dopoguerra. La differenza è che la guerra mondiale aveva distrutto le fabbriche, mentre questa grande crisi le ha svuotate, buttando fuori i lavoratori. Per rappresentare questo disastro si dice sempre che abbiamo perso un milione di posti di lavoro, ma si dovrebbe aggiungere che hanno chiuso 200mila imprese, quindi è stata compromessa anche l’occupazione futura. Ecco perché oggi, quando scopriamo lavoro nero, la sanzione non è chiudere l’impresa, ma farle assumere regolarmente quei lavoratori».

Il secondo messaggio è da completare in altri ambiti: «Bisogna cambiare il nostro modo di pensare, la libertà senza responsabilità non funziona. Basta con i “sì, però...” che valgono come dieci giri di filo spinato attorno al sì, ad un certo punto bisogna decidere: non si può rimanere parzialmente incinti, si dice a Imola. Declinare il rapporto tra lavoro e impresa in termini di “conflitto” e “contratto” non va più bene, bisogna andare oltre il contratto di lavoro perché lì non ci sono scritte cose che servono al lavoratore e all’impresa di oggi». Puntini di sospensione che i sindacati saranno chiamati a togliere, anche se il ministro non ha fatto cenno, ieri, a patti o concertazioni di sorta.

Segnali diretti agli amministratori seduti in prima fila, invece, li aveva inviati Maiarelli nell’affrontare il tema del rapporto tra cultura e finanziamenti: «Possiamo fare di più a supporto della cultura? È una domanda che ci poniamo da quando è venuta meno una realtà importante, per sopperire alla sempre più drammatica mancanza di risorse destinate a questo settore. Siamo disponibili a ragionarci e chiediamo agli industriali di farlo». Maiarelli in questo caso indossava la doppia giacca presidenziale, di Unindustria e di Fondazione Carife, che è appunto la realtà che a causa della crisi della banca, ha visto ridursi drasticamente la sua operatività. Si vedrà nei prossimi mesi se dal palco del Comunale è nata una nuova sinergia pubblico-privato sulla cultura.

Quella di ieri è destinata comunque a rimanere un’edizione storica del premio, visto che Unindustria ha deciso di celebrarla con una cartolina per la ricorrenza dei sui 70 anni e dei 50 (1) dell’Estense. Già dall’anno prossimo si comincerà a respirare la nuova aria.