La Pazi degna interprete di Buzzati

Finite le rappresentazione di “Tranne che il buio” con regia di Costa

Una donna che tenta di rinchiudersi e un’altra che tenta di evadere dal tumulto di relazioni umane che le circondano; queste sono Madame Iris e Velia, di cui Roberta Pazi ha vestito ancora una volta i panni per Ferrara Off, con la regia di Giulio Costa. In Tranne che il buio l’attrice ha messo in scena l'adattamento di due monologhi di Dino Buzzati, dedicati all’intimità femminile e alla sua delicata complessità, “Sola in casa” e “Spogliarello”.

Il sipario si alza sulla presunta periferia di Milano, la tipica pioggia novembrina e neanche un cane per isolati. “Carta caduta, sorte perduta...” è l’inizio della fine di Iris, “fattucchiera laureata”, che timorosa si troverà a leggere l’immediato futuro del suo stesso aguzzino. Il futuro più semplice possibile, poiché in un gioco di “non detti” si salverà solo uccidendolo, scoprendosi assassina una volta sopraffatta e presa alla gola. I rimandi che la Pazi e il regista sono stati capaci di trasmettere tramite gestualità e individuazione del lessico, rispecchiano fedelmente la volontà di Buzzati di non limitarsi nella scrittura di fronte alla durezza della realtà.

Nel tempo dovuto a cambiare un paio di pantofole indaco con un tacco vertiginoso e una sensuale vestaglia rossa, avviene la trasformazione dell’attrice in Velia. Più espressiva e dal carattere più deciso della prima, ella necessita di entrare in contatto con lo sguardo della platea. Si tratta di ben nove frammenti in uno, istanti passionali che scandiscono l’intera vita della donna; la quale appunto leva una parte di sé per ogni sconfitta subita. Da essere l’amante di un borghese arricchito frana nella prostituzione, nel tentativo di corrompere carnalmente un appuntato e sprofonda in una malattia venerea che la consumerà. Come nel racconto “I sette piani”, Buzzati sottopone i suoi personaggi a gradini di agonia che saturano l’atmosfera per mezzo delle loro ferite. Non si può fingere, bisogna seguire la sua penna sino all’osso delle due donne, sino a non averle scoperte in tutto e per tutto. E la Pazi n’è stata all’altezza.(mat.bia.)