«Oggi il peso del capo è molto più incisivo di quello del partito»

L’ex giudice Luciano Violante schierato nella lotta al terrorismo (rosso e nero) racconta vent’anni di profondi cambiamenti e menzogne

FERRARA. Si crede che le menzogne, specie nell’amministrazione pubblica, nei riguardi dei diritti e dei doveri degli italiani, abbiano tradito l’etica che sta alla base della politica. Non è sempre stato così, anzi, il confine si è dimostrato labile e articolato. A spiegarlo sarà Luciano Violante con il suo “Politica e menzogna” (Einaudi, 2013), oggi, venerdì 20  maggio,  alle 17, ospite della libreria Ibs+Libraccio di Ferrara
Da poche bugie pragmatiche, però, si arriva a una vera e propria strategia della menzogna, la stessa che servì a giustificare l’invasione dell’Iraq nel 2003, quando Powell e Blair paventarono il possesso, da parte di Saddam Hussein, di armi di distruzione di massa. La quarta “pagina sul potere” sarà affrontata insieme a Giuditta Brunelli e Andrea Pugiotto, costituzionalisti dell’Università di Ferrara.


Diamo dei sinonimi a queste menzogne: false promesse, illusioni, specchietti per le allodole?
«La questione è complessa. Nel libro intendo una rappresentazione di una realtà inesistente, che può essere fatta per acquisire consenso o per motivare una decisione, per screditare un avversario o per acquisire potere».

Esistono bugie a fin di bene?
«L’ingresso degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale contro la Germania fu generato da una menzogna. Per assicurarsi le elezioni presidenziali, Roosevelt aveva sostenuto in campagna elettorale che mai avrebbero partecipato a un conflitto in Europa, sebbene in segreto fosse già d’accordo con Churchill. Fu creato il pretesto, dell’attacco di un sommergibile tedesco a un cacciatorpediniere americano. Per fortuna entrarono in guerra, altrimenti non si sa come sarebbe andata a finire».

Le stragi di piazza Fontana e via d'Amelio, e l’omicidio di Aldo Moro: le menzogne sviarono le indagini?
«Su piazza Fontana le menzogne impedirono di arrivare alla verità e per un certo periodo ci sono riusciti. Sulla vicenda di Moro è più difficile, ma le menzogne non mancarono e ne uscirono di gravi».

Il fine resta occultare delle responsabilità.
«Basti pensare al negazionismo dello sterminio nazista degli Ebrei o ai Turchi, che ancora sconfessano quello degli Armeni».

Cosa intende con “bipolarismo selvaggio”?
«La contrapposizione tra parti politiche, senza legittimazione alcuna della verità dell'avversario. Una perdita di valore civile, cominciata quando si è sciolto il patto repubblicano tra le grandi forze che mettevano prima l’interesse nazionale, poi quello dei singoli partiti».

Il ventennio berlusconiano ci è stato fatale?
«Berlusconi, in realtà, ha profondamente innovato il nostro costume, non sempre positivamente, perché si è presentato come non politico, come rappresentante della società contro la politica. Altri poi lo hanno seguito».

E ha cambiato anche l’utilizzo della comunicazione...
«La comunicazione c’era e c’é. Berlusconi l’ha utilizzata anche come proprietario di importanti mezzi di comunicazione. Con lui è il capo che crea il partito, non è il partito che elegge il capo. Anche questo modello ha fatto proseliti».

Poi ha passato il testimone a Renzi?
«Renzi appartiene a una storia diversa. Il problema del peso del capo nella vita politica, più incisivo del peso del partito, tocca tutte le democrazie occidentali, in misura più o meno uguale. È una conseguenza della globalizzazione che esige decisioni rapide e visibilità dei decisori. Occorre conciliare tale cambiamento con la presenza di partiti-comunità. È la scommessa da vincere per salvare il processo democratico».

Perché un magistrato dovrebbe entrare in politica?
«Quando sono entrato io, era un’altra era geologica… allora imperversava il terrorismo e andava estirpato. Entrai in qualità di tecnico che poteva dare una mano a individuare le soluzioni adeguate, poi mi sono appassionato».

Matteo Bianchi