Mentessi, quando l’arte ha il sapore malinconico

È uno dei principali interpreti della scuola ferrarese tra Ottocento e Novecento Le persone e i luoghi della sua città che ha poi lasciato per andare a Milano

di MICAELA TORBOLI

Giuseppe Mentessi propone filo da torcere allo storico: riservato in modo maniacale ed evanescente sotto l'aspetto biografico, siamo ancora quasi senza appigli per inquadrarlo, e solo le sue opere pittoriche ci trasmettono qualcosa di lui. Forse per ricevere maggiori attenzioni e compassione da parte di coloro che frequentava a Milano, dove si era trasferito giovanissimo dalla natia Ferrara per cercare il successo come pittore, Mentessi raccontava di essere nato da poveri contadini ferraresi in disgraziate plaghe tormentate dalla pellagra. La realtà però era diversa, come ha provato Lucio Scardino (. I turbamenti del giovane Mentessi, “La Pianura” 2/98). Il padre di Giuseppe, Michele, era di Modena, e la madre, Teresa Bentini, proveniva da un paese del Ravennate, dal beneaugurante nome di Godo. Entrambi trasferitisi in tempi diversi nel centro di Ferrara, non ne erano quindi originari. La cosa notevole è che Michele, il quale risulta essere stato commerciante e non certo contadino, era venuto alla luce nel 1781, e Teresa nel 1830: una differenza di età che destinava la donna a una non lontana vedovanza, ed il figlio della coppia, nato il 29 settembre 1857, alla precocissima situazione di orfano. E così fu. Nei documenti si legge anche un indirizzo, via Palestro 78, come casa di Michele. La strada prese questo nome nel 1860, per ricordare la vittoria dei Piemontesi sugli Austriaci dell'anno precedente, e non è mai stata una zona di popolo minuto né per miserabili, anzi si è sempre ritenuta elegante ed esclusiva, costellata com'è da edifici di gran pregio appartenenti a famiglie nobili ed agiate, e se i Mentessi potevano permettersi di abitare in una palazzina decorosissima quale è ancor oggi, non li si immagina come disperati indigenti. È ovvio che la morte di Michele (1864) lasciasse Teresa in ambascie, ma, da quella forte donna romagnola che era, non si fece abbattere dalle circostanze, del resto prevedibili, e le carte dicono che si mise ad esercitare la professione di “venditrice di vino” in una propria osteria di via Cortevecchia. Si è pensato che la sua venuta a Ferrara sottintendesse che era una domestica, magari arrivata per prestare servizio in casa Mentessi per poi divenirne padrona grazie alle sue nozze con l'anziano commerciante. Comunque, fallita purtroppo la mescita di via Cortevecchia, Teresa dovette ripiegare sul mestiere di fantesca, anche per aiutare il figlio che, dopo aver studiato arte a Ferrara e a Parma, vedeva aprirsi le porte dell'Accademia di Brera, prima come sede di miglioramento professionale e poi come posto di lavoro quale insegnante. A Milano Giuseppe entrò in contatto con la Scapigliatura, un indirizzo culturale letterario ed artistico che aveva qualcosa della vita bohémienne di Parigi. Proprio scapigliato, nel senso più allegro e goliardico del termine, non fu mai: piuttosto legato a temi sociali che affrontava senza senso di rivolta, ma evidenziando un melanconico pensiero di ineluttabilità del dolore e del male, una sorta di intimismo con tocchi di denuncia sociale però ripiegato nella tristezza e con mite disperazione, sentimentale e non barricadero, in ogni modo piuttosto cupo. Basta leggere i titoli dei suoi dipinti: Atrio d'un camposanto, Il morticino, Lagrime, Al tempo della pellagra, Angeli che depongono fiori su una tomba, e via intristendo. Non sempre era così mesto, ovviamente, e ci ha lasciato bei paesaggi (specialmente amò le visioni romane e di Venezia), variazioni infinite sul tema prediletto della maternità e numerose pitture murali, purtroppo in gran parte perdute. Il suo era uno stile divisionista, che eludeva le forme esaltando la funzione formativa del colore, in parallelo al mestiere dell'amico e compatriota Gaetano Previati. A Milano Mentessi aveva a lungo patito la fame cibandosi talora solo di croste di pane secco, perché era mantenuto colà da un modesto sussidio del Comune di Ferrara (Teresa bersagliava di richieste di sostegno a Giuseppe chiunque potesse aiutare il giovane) e dai soldini che la madre risparmiava sul salario di domestica. Quadri venduti, sempre pochi. In seguito, divenuto professore a Brera, riuscì a farsi raggiungere da mamma Teresa, che rimase la donna più importante della sua vita, a quanto pare. Per la morte di lei, nel 1910, richiese a Luca Beltrami una sorta di sarcofago per raccogliere insieme le spoglie della madre e, in un futuro assieme, le proprie. Per reagire allo sconforto seguito al lutto, Mentessi si costruì una sorta di pseudo-famiglia. Visse e lavorò in uno stanzone tutto per lui, per molti anni, come una sorta di ospite fisso in casa dell'avvocato socialista Luigi Majno e della moglie Ersilia Bronzini, grande promotrice di una sorta di femminismo all'italiana votato alla tutela della maternità e dell'infanzia - duramente antiabortista nonché attivo contro la prostituzione - amica di Anna Kuliscioff, Sibilla Aleramo e Margherita Sarfatti, e fondatrice, in onore della figlia defunta ragazzina, del noto Asilo Mariuccia di Milano. Sempre assorto nei suoi pensieri, di poche parole, aveva molti amici famosi e scriveva lettere e biglietti, ma nessuno ha finora pensato di seguirne le tracce per studiarli. Il suo mondo interiore, i suoi pensieri, sono forse celati in queste carte finite chissà dove. Morì a Milano nel 1931, e due anni dopo la sua tomba fu sistemata nella Certosa di Ferrara.