“Piani Paralleli”, ovvero musica e cinema uniti dalle note di Mazzarino 

Il film-concerto di Di Capua arriva all’Apollo Cinepark  Il musicista: con me anche Bosso, Swallow e Nussbaum

Dopo l’anteprima romana, arriva sul grande schermo del Cinepark Apollo di Ferrara (piazza Carbone, 35) il film concerto di Gianni Di Capua, Piani Paralleli, che celebra i 50 anni di vita (e i 30 di carriera) di Giovanni Mazzarino, compositore e pianista siciliano. La proiezione, organizzata dal Gruppo dei 10, sarà introdotta alle 20.30 da Alessandro Mistri, direttore artistico del Gruppo dei 10, dal regista e da Valentina Gramazio di Jazzy Records.
In attesa della serata abbiamo intervistato proprio il musicista per capire cosa rappresentino per lui questi 30 anni di attività e quale sia la situazione del jazz contemporaneo in Italia e nel mondo.
Trent’anni di carriera, come nacque il suo amore per la musica?
«Ho ascoltato sin da giovanissimo musica che raccontava immagini. Io e mio padre ascoltavamo la musica insieme, uno di fronte all’altro; lui mi parlava delle sue sensazioni all’ascolto e io provavo a tradurle in musica. Quella storia e i suoi modi hanno decisamente segnato il mio amore e soprattutto la mia grande passione per la musica».
Come descriverebbe “Piani Paralleli” di Di Capua?
«Si tratta di un progetto ideato e prodotto dalla Jazzy Records; il mio cinquantesimo compleanno e i miei trent’anni di carriera artistica, una concomitanza di date che si trasforma in un’occasione per creare qualcosa di speciale, un progetto multimediale costituito da un album registrato rigorosamente live e da un film-concerto che ne ha documentato la creazione. Desideravo da tempo realizzare un progetto nel quale il suono, la sua qualità e la sua potenza, potessero essere veramente centrali. Si è ritenuto pertanto di registrare presso l’Auditorium della Fazioli, insieme a musicisti con i quali ho condiviso tanta musica: Steve Swallow, Adam Nussbaum, Fabrizio Bosso; e grazie all’apporto dell’Accademia d’Archi Arrigoni diretta da Paolo Silvestri (che ha curato anche gli arrangiamenti), sono confluite quelle energie creative che hanno plasmato la “forza tranquilla” di questa Suite».
In un mondo sempre più connesso ha ancora senso parlare di jazz italiano, americano, latino, cioè dare alla musica una connotazione geografica?
«Ritengo che la musica abbia a che fare con l’espressione del radicamento in un luogo, con la rivendicazione di appartenenza a una comunità. La contaminazione in termini di scambio culturale è auspicabile; laddove c’è integrazione c’è cultura. Ma quando la contaminazione trasforma tutto ciò che divora per il suo spasmodico senso di ricerca inarrestabile di nuovi sapori, ecco che allora diventa la perfetta espressione di un consumismo culturale di scarso interesse. Per contaminazione intendo l’integrazione di culture e linguaggi diversi senza che nessuno di essi debba e possa perdere le sue peculiarità».
Oltre metà della sua vita l’ha passata suonando. Cosa vede se si guarda indietro? E per il futuro?
«Indietro trovo la mia crescita. Sono contento di aver vissuto momento dopo momento la musica e la sua complessità; non ho mai bruciato le tappe, mi sono servite per crescere. Il futuro? Voglio continuare a credere, ad avere passione ad avere molto più entusiasmo, motore da sempre, dell’atto creativo».
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