Europa a più velocità, con direzione obbligata

I Trattati lasciano agli Stati le competenze di politica economica, ma l'asse franco-tedesco impone un'ortodossia neoliberale

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FERRARA. Nel 1999 venne lanciato un concorso tra gli studenti degli allora quindici Paesi membri dell’Unione, chiamati a confezionare un motto per l’Europa. Risposero in ottantamila per aggiudicarsi il premio messo in palio: «scrivere una pagina di storia europea». Una giuria internazionale, con Susanna Agnelli in rappresentanza dell’Italia, scelse il motto più efficace tra i duemila presentati: «unita nella diversità». Il motto sottolineava al meglio che i Paesi membri dell’Unione ben potevano conservare le loro peculiarità, e dunque le loro culture e tradizioni, e nel contempo essere parti di una comunità fondata su principi e regole condivise. È con questo significato che lo si volle menzionare nel Trattato sulla Costituzione europea, poi affossato dai referendum francese e olandese, assieme agli altri simboli dell’Unione: la bandiera con il cerchio di stelle dorate su sfondo blu, l’Inno alla gioia di Beethoven, la moneta comune, e l’8 maggio come giornata celebrativa.


Già il Trattato di Maastricht, però, aveva affermato solennemente che «l’Unione rispetta l’identità nazionale dei suoi Stati membri» e che pertanto «contribuisce al pieno sviluppo delle culture degli Stati membri nel pieno rispetto delle loro diversità nazionali e regionali». Non dovrebbe pertanto stupire se si parla di integrazione differenziata, ovvero di un’Europa a geometria variabile, o a cerchi concentrici, o ancora a due velocità: espressione, quest’ultima, forse più diffusa, anche se si dovrebbe più opportunamente parlare di più velocità.
A ben vedere, però, l’integrazione differenziata non implica ciò a cui rinvia la formula, cioè la possibilità per gli Stati membri di procedere secondo tempistiche e contenuti diversi, pur nel rispetto di un fondamento comune, alla costruzione dell’unità europea. O meglio implica che si possano forse immaginare tempistiche differenziate, ovvero tabelle di marcia sensibili alle peculiarità nazionali, non tuttavia contenuti differenziati. La direzione di marcia è cioè indiscutibile se attiene al consolidamento dell’Unione economica e monetaria in quanto fulcro della costruzione europea, imprescindibile punto di riferimento per affrontare i suoi molteplici aspetti, inclusa la dimensione sociale. Di qui l’ispirazione di fondo della costruzione, che proprio in quanto riduce l’inclusione sociale a inclusione nel mercato si mostra nella sua essenza di dispositivo neoliberale.


Non è dunque un caso se l’Europa a più velocità è null’altro che un espediente utilizzato per presidiare un assetto ben definito: quello per cui si distinguono un centro ricostruito attorno all’asse franco-tedesco custode dell’ortodossia neoliberale, una periferia intermedia composta dai Paesi dell’Eurozona nei quali l’allineamento all’ortodossia incontra resistenze, e una periferia estrema in cui confluiscono i Paesi non ancora in grado di aderire alla moneta unica. Il tutto consolidato dall’attuale crisi economica e finanziaria, che si è trasformata in una crisi del debito. Con ciò ridefinendo i rapporti tra il centro e la periferia come rapporti tra creditori e debitori, in quanto tali destinati a rafforzare la sudditanza della seconda nei confronti del primo.


Il fine ultimo di questo assetto non è però il solo presidio di rapporti gerarchici tra Stati nazionali, che pure caratterizzano la costruzione europea in quanto organizzazione sovranazionale dominata dalla Germania. L’Europa a più velocità è soprattutto una cinghia di trasmissione dell’ortodossia neoliberale dal centro alla periferia, destinata a vincere le resistenze che pure potrebbero fondarsi sull’architettura europea: i Trattati lasciano la competenza in materia di politiche economiche e di bilancio ai Paesi membri, che dunque non rinunciano nel merito alla loro sovranità nazionale, ma semplicemente sono tenuti a coordinare la loro azione.
Sono però numerosi gli espedienti utilizzati dall’Europa per scardinare questa architettura, e dunque vincere la resistenza degli Stati, che negli anni in cui non si era ancora intrapreso il percorso verso la moneta unica avevano assicurato un accettabile equilibrio tra capitalismo e democrazia. Innanzi tutto si è utilizzata la politica monetaria, di competenza del livello europeo, che mira unicamente al controllo dell’inflazione trascurando la piena occupazione, e che pertanto ha imposto limiti stringenti al deficit e al debito pubblico, con ciò impedendo lo sviluppo dell’ordine economico in forme diverse da quelle contemplate dall’ortodossia neoliberale.

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Si è poi costruito un sistema di controlli preventivi sulle politiche di bilancio nazionali, rafforzato dalla possibilità di imporre correttivi per il caso in cui il sistema non sortisca l’effetto desiderato. Infine si è dato vita, tra gli Stati dell’Eurozona, a un mercato delle riforme per cui l’assistenza finanziaria viene condizionata alla realizzazione di riforme in senso neoliberale, nel tempo divenuta la principale modalità utilizzata per procedere nella costruzione europea.


A questo schema si aggiunge ora l’Europa a più velocità, che come si è detto costituisce un espediente per forzare i Paesi più lenti ad allinearsi al volere dei Paesi più veloci. Un espediente sottile, perché formalmente prelude alla possibilità di graduare l’intensità dell’integrazione, ma di fatto alimenta l’ambizione dei Paesi deboli a tenere il ritmo dei Paesi veloci, sul presupposto che occorre prendere parte alla corsa essendo disposti a fare qualsiasi cosa, in particolare non mettere in discussione il traguardo, pur di rimanere nel gruppo di testa.
(Dall’Introduzione
all’ultimo volume dell’autore
“Europa a due velocità, Postpolitica dell’Unione europea”
Imprimatur, 2017)