Professione: cercatore di alberi

Fratus racconta “Il bosco è un mondo” e spiega: le campagne di abbattimento rovinano l’armonia

Gli alberi non hanno bisogno di noi, ma noi abbiamo bisogno di loro. È il messaggio del nuovo libro di Tiziano Fratus, “Il bosco è un mondo”, edito da Einaudi. Un volume impossibile da confondere con altri data la “B” maiuscola che si staglia in copertina, poiché la salvaguardia dei boschi che ci circondano e ci danno il respiro dovrebbe già essere una nostra priorità. Amministrazioni sciatte e poco lungimiranti hanno rischiato e rischiano di far scomparire una parte del patrimonio verde italiano.

Senza trascurare quanto il lavoro di questo “cercatore di alberi” – come ama definirsi – abbia ispirato la terza edizione di Interno Verde. Negli anni Fratus si è distinto per aver convertito la sua passione in una missione da condividere con più persone possibili. E a tal punto da coniare un prontuario di neologismi per rendere chiaro e immediato il rapporto tra natura ed essere umano, o almeno quello che ha maturato di persona. In primis, il cosiddetto Homo Radix, ovvero uomini e donne che vivono quotidianamente una stretta connessione con la terra, con particolare attenzione alle proprie radici locali, valorizzando i beni e le risorse del luogo che abitano. Gli elementi utilizzati dall’Homo Radix per costituire nuove connessioni con il paesaggio che attraversa sono gli alberi secolari, gli stessi che Fratus è venuto a visitare a Ferrara.


Perché si è interessato alla nostra città?

«Sono tornato qui alla ricerca di alberi e giardini che avessero un valore storico e magari monumentale. I due cedri all’ingresso di parco Massari sono davvero notevoli, specialmente quello del nord Africa vicino alla strada. Un esemplare eccezionale per il numero di ramificazioni sospese: le operazioni che il Comune ha svolto per tutelare la struttura sono state egregie e, di sicuro, impegnative a livello di risorse e competenze».

Però qualcosa, anche a Ferrara, l’ha infastidita; che cosa?

«La cialtroneria della gente. Ho sorpreso diversi ragazzi salire sui loro rami. Non bisogna dimenticare che l’età e le dimensioni dei patriarchi vegetali sono proporzionali alla loro fragilità. Non è sempre colpa loro se cedono… e il dubbio resta se isolare le aree in questione, evitando incidenti reciproci, oppure lasciarle fruibili al pubblico, consentendo così alla gente di accarezzare le piante».

Che effetto le ha fatto il Ginkgo Biloba sul retro di palazzo Paradiso?

«Mi ha impressionato la sua libertà all’interno di uno spazio angusto. Nel corso del tempo non è stato potato né contenuto, avendo avuto la possibilità di espandersi al meglio. L’ho visto d’estate, ma immagino quanto in autunno sia mozzafiato data la distesa di foglie gialle».

Ma in realtà come Ferrara gli alberi non godono di grandi spazi.

«Nei centri urbani di pianura che hanno un’impostazione medievale tanto spiccata, i giardini hanno trovato difficoltà a essere coltivati. Spesso rimangono formali, all’inglese e con presenze arboree ridotte».

In Italia qual è la sensibilità a riguardo?

«È molto variabile. Purtroppo talvolta vengono messe in atto campagne di abbattimenti sistematici che rovinano l’armonia di interi viali e per fini meramente propagandistici. Basterebbe essere meno superficiali e discutere insieme le soluzioni».

Perché si è affezionato a questi giganti silenziosi?

«Il mio percorso è nato in California. Accompagnavo la traduzione di alcune mie poesie e mi ha folgorato l’incontro con delle sequoie millenarie. Ero alla ricerca di una risposta in un momento difficile della mia esistenza, di un’identità profonda che si è tradotta nell’uomo radice. E a cui sono seguite pratiche sia materiali, come l’alberografia, sia spirituali come la meditazione in loco».

Matteo Bianchi

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