Quella strana partita di calcio giocata in piazza Ariostea nel 1562

Una partita del calcio giocato a Firenze nel XVI secolo proposta oggi

L’atletico Alfonso II d’Este copiò il “giuoco del pallone” dai fiorentini e lo portò nell’allora piazza Nova

La storia

Chissà come doveva apparire agli occhi degli incuriositi ferraresi la piazza Nova (ora Ariostea) in quel marzo 1562, quando muratori e marangoni stavano alacremente lavorando al livellamento del terreno e alla costruzione di steccati di legno necessari allo svolgimento di una partita di calcio, che di lì a poco avrebbe visto figurare tra i giocatori nientemeno che lo stesso duca. Cavallerizzo provetto, corridore, giostratore, schermidore, lottatore, nuotatore, saltatore e danzatore, Alfonso II d’Este fu uno dei sovrani più atletici nell’Italia cortigiana del secondo ’500, e tale fu la sua smisurata passione per la pallapugno, la pallacorda (l’odierno tennis) e il pallamaglio (antenato del golf), che nel 1555 il teologo e filosofo Antonio Scaino da Salò dedicò all’allora principe 22enne la prima opera letteraria della storia moderna riservata ai giochi sferistici: il Trattato del giuoco della palla, stampato a Venezia nella tipografia di Gabriele Giolito de’ Ferrari.

Lo storico Andrea Marchesi


Ferrara protagonista

Con Alfonso la città estense diventa la capitale italiana degli sport con la palla, grazie alla costruzione di nuove strutture al coperto, alla riqualificazione di quelle preesistenti e alla predisposizione di nuovi sferisteri per l’esercizio all'aperto. Molte delle residenze urbane ed extraurbane della famiglia ducale accolsero i famosi (e purtroppo perduti) “giuochi di balla, di corda et racchetta”, frequentati da principi, prelati, letterati, nobiluomini e gentildonne: ricordiamo quelli in Castello, nel palazzo di Corte Vecchia, a Belriguardo, a Copparo, a Belfiore, nel palazzo dei Diamanti, nel palazzo Vescovile, nel giardino del Padiglione e in palazzo Paradiso, prospiciente quest’ultimo la strada che ha preso il nome proprio dalla principale attività ludica in esso praticata: l’odierna via Giuoco del Pallone.

Dal tennis al calcio

Stando alle nuove informazioni emerse nelle ricerche effettuate negli Archivi di Stato di Modena e Firenze, l’indefesso tennista Alfonso d’Este si infatuò anche del calcio. Nella parte finale del suo Trattato, Scaino parla del “giuoco del calcio” con un chiaro riferimento alla tradizione in uso non a Ferrara, ma a Padova, grazie alla partecipazione degli studenti universitari che nel periodo di Quaresima si radunavano nel vasto spiano dell’antica arena romana per dar vita ad una sorta di battaglia, innescata da due squadre – dai venti ai quaranta giocatori ciascuna – per contendersi con piedi, mani e altre parti del corpo una “palla da vento” di quasi 17 centimetri di diametro, pesante 250 grammi.

Il documento ritrovato


A Ferrara si dovrà aspettare la primavera del 1562, quando i documenti rivelano interessanti ragguagli sulla prima partita disputata nel vasto slargo della piazza Nova. Chi fossero precisamente gli altri protagonisti del match, oltre al duca, non è dato sapere (studenti? nobili cortigiani? soldati?). Certo, invece, è che lo schema agonistico adottato reiterava il modello allora in auge nel calcio fiorentino in livrea, secolare tradizione derivante dall’harpastum praticato dai legionari della romana “Florentia” e disputato ancora oggi, nel mese di giugno, in piazza Santa Croce dai calcianti dei quattro quartieri storici della città: i “Verdi” di San Giovanni, gli “Azzurri” di Santa Croce, i “Bianchi” di Santo Spirito e i “Rossi” di Santa Maria Novella.

Occhi estensi a firenze

L’interesse di Alfonso d’Este per il calcio mediceo si misura nella precisione dei dettagliati resoconti epistolari che i suoi corrispondenti gli inviavano a Ferrara, tra i quali spicca una relazione di ben cinque carte sulle prassi esecutive del gioco nell’arena di Santa Croce. Lo schizzo grafico allegato restituisce la forma di quello che era il campo di gara, un rettangolo di lunghezza doppia rispetto alla larghezza. All’interno dei due quadrati i ruoli dei ventisei giocatori di ciascuna squadra (“A” e “B”) sono contrassegnati da piccoli cerchi distribuiti orizzontalmente su cinque file parallele, secondo un assetto che evoca gli ordinamenti delle falangi romane. Vicino alla linea mediana figurano 13 attaccanti suddivisi in due file, oltre le quali c’è la catena di 5 “Sconciatori” o “Guastatori”e, i quali avevano il compito di frenare l’impeto delle punte avversarie, bloccare al volo le palle alte e appoggiare da lontano gli attacchi della propria squadra. Dietro – al pari degli odierni terzini – altri 5 “Datori ordinari” dovevano impossessarsi della palla nelle mischie e passarla ai propri attaccanti, mentre il conclusivo terzetto di “Datori di dietro”, davanti alla linea di fondo, costituiva l’ultimo meccanismo di difesa.

La partita

Salutato da un “tocco di tromba”, l’inizio della contesa avveniva sulla linea centrale del campo mediante il lancio in aria del pallone da parte del “pallaio” e da quel momento i giocatori avrebbero cercato di fare entrare la sfera nello steccato avversario posto sul lato corto del campo e segnare così la “caccia”, ossia il goal. Per un’ora intera e sotto lo sguardo vigile di arbitri e del Maestro di Campo, i 52 atleti coinvolti davano vita a una disputa bellicosa, con assalti, atterramenti seguiti alla presa delle gambe, delle braccia e del collo, con nuvole di polvere che si levavano dal fondo sterrato, tra il vociare frastornante del pubblico assiepato su tribune laterali agghindate con variopinti vessilli.

In poco tempo, il gioco prese sempre più piede nella piazza Nova di Ferrara, eccetto il mercoledì, quando l’enorme spazio si mutava in foro boario con il mercato del bestiame. Furono soprattutto gli studenti dell’Università ad animare le dispute calcistiche, con un tale riscontro sociale che il duca Alfonso fu costretto a emanare più gride per prevenire disordini ed episodi di colluttazione (a volte anche mortale) tra i giocatori o fra i componenti delle rispettive fazioni, non solo durante lo svolgimento della partita, ma anche nell’intervallo precedente e susseguente, quando il pubblico accorreva nello slargo per poi sfollare al termine del match.

Senza eredi, Alfonso – il duca atleta – muore il 27 ottobre 1597, ad un passo dai 64 anni e con lui la plurisecolare parabola estense su Ferrara capitale, che non cessa (e non cesserà) di sorprenderci quando si bussa alla porta della sua storia. —

Andrea Marchesi

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