Prima e dopo il ’68 Un mondo stravolto

In anteprima all’Isco il libro della coppia Franchi-Schianchi «Si chiedevano libertà e innovazione, poi è cambiato tutto»



Il 1968 non identifica un anno, bensì un lungo periodo di cambiamenti sociali che hanno fatto epoca. Un movimento che non voleva essere politico, partito dalle battaglie degli studenti nei campus americani, per arrivare prima in Francia e poi nel resto dell’Europa, con scontri che si sono trascinati fino alla metà degli anni ’70.


I professori universitari Maura Franchi e Augusto Schianchi, dopo aver scritto lo scorso anno Le democrazie del nostro scontento (Carocci editore), stavolta a quattro mani si sono cimentati in un lungo viaggio sul ’68, diventato il libro C’era una volta il ’68. Prima e dopo (Rubbettino, Catanzaro 2018), che verrà presentato in anteprima nazionale a Ferrara domani, alle 17, all’Issco (Istituto di storia contemporanea), vicolo S. Spirito 11.



Un periodo visto da due punti di vista diversi, quello economico di Schianchi (ordinario di economia politica all’Università di Parma) e quello sociale della collega Franchi (insegna sociologia dei consumi e della comunicazione, sempre a Parma). Così come sono due i piani di sviluppo del testo, perché il ’68 ha rappresentato una cesura, c’è un prima e un dopo, come racconta il libro: prima si valutano i fattori sociali e culturali che hanno determinato il ’68, poi l’analisi delle implicazioni seguenti .



Nell’incontro pubblico (ad ingresso libero) di domani a Ferrara sarà possibile dialogare con i due autori. Per la Franchi la nostra città non è certo terra sconosciuta, visto che ci abita da quando aveva terminato gli studi universitari, ma non facendo in tempo a “vivere” qui il ’68: «Se andiamo a guardare bene - ci dice - alle manifestazioni in Italia parteciparono solo il 7% dei giovani, e per me furono ancora meno, ma l’influenza fu totale perché da allora è cambiato tutto: il rapporto uomo-donna e uomo–famiglia, gli aspetti sociali, il modo di pensare. Se negli Stati Uniti il ’68 è nato come battaglia per i diritti civili, nel resto del mondo si chiedevano soprattutto libertà e innovazione».



Già il titolo vuole significare lo spartiacque che è stato questo periodo: «Perché con il ’68 dobbiamo fare i conti, ha provocato una rottura, le cui conseguenze sono visibili ancora oggi. Nel libro cerchiamo di ricostruire il clima di allora, i fatti sociali che hanno portato ad avere un ’68 in tutto il mondo. Perché i cambiamenti sono soprattutto sociali: finalmente si vide una speranza di futuro, i genitori iniziarono a volere un’istruzione per i propri figli con nuovi stati sociali nell’Università. In fondo, proprio la politica o l’idea di una delusione conseguente al fallimento di certi ideali sono per noi meno collegabili al ’68. La generazione di allora, in modo diverso, ha mantenuto una propria dignità e portato avanti certe battaglie, ad esempio quelle sull’ambiente, sulla libertà e sui costumi».

Immaginare un ’68 oggi? «Va considerata la diffusione dei social, ma nulla è impossibile, perché di situazioni esplosive ce ne son tante. Una delle maggiori è la forte disuguaglianza sociale, poi certo l’immigrazione ma credo si senta meno. Piuttosto è giusto valutare la forte richiesta di sicurezza, a 360º, non solo quella garantita dalle forze dell’ordine, ma quella di vivere una vita diversa, di avere un lavoro, di poter investire sul futuro». —