Palazzo della Rosa, da “bon casoto” a dimora con i dipinti del Dosso. Fu costruito da Alfonso per Laura

Dianti, la “criptoduchessa” riservata e discreta che creò tra quelle mura la sua piccola corte

Laura Dianti fu la compagna del duca Alfonso I d’Este dopo la morte della sua seconda moglie, Lucrezia Borgia, avvenuta nel 1519. Non è un personaggio capace di colpire la fantasia, perché ha lasciato poche tracce, dato che il duca non voleva che avesse ruoli ufficiali o spazi sociali pubblici. Segreti e bugie. Scelse una giovane e bellissima ferrarese da amare senza pensieri, procace, di ampie forme, così come la vediamo in un famoso ritratto che le fece Tiziano, vestita di vaporosi veli azzurri.

LE ORIGINI

Nata ai primi del Cinquecento, era di famiglia umile, le cronache parlano di «parenti abbietti», forse il padre cuciva le berrette. Il duca le fece erigere quello che all’inizio doveva essere giusto un «bon casoto apreso al zardino de la roxa», come scrisse Bernardino Prosperi a Isabella d’Este, presso la chiesa di Santa Maria della Rosa, che stava nell’area attualmente occupata dal condominio al n. 50 di viale Cavour. Al tempo la strada su cui affaccia il Palazzo della Rosa, oggi via Alberto Lollio 15, si chiamava poco poeticamente Cagarusco (poi Spazzarusco), vicino ad uno stagno detto Guazzaduro, dove si abbeveravano i cavalli delle scuderie estensi.



UN AMORE GRANDE
Con l’aumentare dell’amore tra il duca e Laura, il nuovo edificio s’ingrandiva a dismisura e fu ornato da artisti superlativi, come Dosso e Battista Dossi. Qualche traccia di queste pitture resta all’interno. Laura si fece anche chiamare in modo colto Eustochia, anche se neppure il suo cognome è certo, viene detto Dianti ma anche Boccacci e ci sono altre versioni. Sempre discreta, mai invadente, Laura. Nel 1527 partorì un maschietto, chiamato Alfonso, seguito poi da Alfonsino, morto adolescente. Il Palazzo della Rosa è semplice all’esterno, anzi quasi anonimo. Laura, “criptoduchessa” come l’ha definita lo studioso Vincenzo Farinella, teneva qui una sua piccola corte raffinata. Alla morte di Alfonso I, nel 1534, Laura disponeva di un patrimonio immenso donatole in vita dal compagno, compreso anche nella gestione di quello dei suoi ragazzi, da lei seguito con scrupolo. I figli di Lucrezia la odiavano, perché li aveva privati di tanti beni paterni. Si firmava Laura Estense. Era molto rispettata, sempre dignitosa. Intorno al 1545 lasciò il Palazzo alla Rosa per trasferirsi al Quadrivio degli Angeli.

VITA SPERICOLATA
La sua dimora venne affittata per ben 70 scudi “d’oro in oro” come si diceva al tempo, ad un’altra dama speciale, Taddea Malaspina. Che poteva ben permettersela. Figlia del marchese di Massa, Antonio Alberico II Malaspina, e di Lucrezia di Sigismondo d’Este, era quindi di casa a Ferrara. Taddea, moglie del conte Giovanni Battista Boiardo di Scandiano, fu a lungo l’amante del duca di Firenze, Alessandro de’ Medici, nipote di Lorenzo il Magnifico. Andrebbe ben studiata la vita spericolata di questa donna avventurosa e audace. Visse al Palazzo della Rosa anche un uomo la cui storia non è stata dimenticata, Duarte “Odoardo” Gomes, portoghese ovvero lusitano, bibliofilo, scienziato, ma soprattutto uomo di fiducia dellaSeñora, cioè la ricchissima Gracia Nasi, nota anche come Beatrice de Luna e Gracia Mendes o Miquez.

Una delle donne più interessanti del tardo Rinascimento, ebrea, nata a Lisbona nel 1510 e vissuta, dopo molte peregrinazioni, anche a Ferrara, dove aveva preso in affitto Palazzo Magnanini – Roverella. Odoardo aveva a Ferrara la moglie Clara e quattro dei loro otto figli, ma di solito operava per Gracia da Venezia, dove subì un celebre processo da parte del Sant’Uffizio come marrano che si presumeva non sincero, e da quel fatto uscì assolto nel 1555.

DAMA DIMENTICATA
Pare che nei suoi ultimi anni Laura sia tornata alla Rosa. I figli della dama, riconosciuti, e i nipoti, sarebbero stati al centro delle vicende che portarono alla Devoluzione, poiché la linea di Montecchio, data dal primogenito di Laura, avrebbe tentato di mantenere Ferrara dopo l’estinzione del ramo principale della casata, essendo mancato nel 1597 il duca Alfonso II, nipote di Alfonso I, senza figli. Pietro Aretino aveva scritto anni prima che «Alphonso, che merita il cognome di Pio come Antonino per havere sepolti vivi i fratelli (…) sposarà la sua concubina per iscarcare la anima», e alludeva alle lotte fratricide in casa d’Este, poi al fatto che Alfonso I desiderava sposare Laura. Ma non esistono documenti per provare il matrimonio avvenuto, si disse, in articulo mortis, tra Laura ed il duca. Laura non è citata nel testamento ducale. Roma si riprese Ferrara, che non aveva più un sovrano nato da legame legittimo. Laura Dianti morì nel 1573 e fu sepolta in una chiesetta ormai perduta, S. Agostino (che stava in via Coperta), accanto al fratello Bartolomeo e alla nuora Giulia della Rovere. La facciata del suo palazzo non la ricorda con una targa, mentre nel 1903 ne venne posata una dedicata agli Aventi, eroi del Risorgimento, che pure vissero in quella dimora. —

(2 – continua)

Micaela Torboli

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