Isabella del Balzo alla corte estense. Quando la regina decaduta abitò le stanze di Renata di Francia

Il Palazzo si trova in via Savonarola. La sovrana morì nel 1533, il sepolcro regale scomparve nei secoli

La regina viveva a Ferrara, in un bellissimo palazzo. Non è l’inizio di una fiaba, ma una storia vera. Il grandioso edificio che chiamiamo Palazzo di Renata di Francia, in via Savonarola 9, prima di ospitare l’altera principessa, figlia del re di Francia Luigi XII e di Anna di Bretagna, sposa del duca di Ferrara Ercole II d’Este, aveva accolto una sovrana decaduta, Isabella del Balzo. Isabella era figlia di Pirro del Balzo, di antichissima stirpe suddivisa in diversi rami, e il cui cognome variava a seconda dei paesi in cui si radicava, Provenza, Sardegna, Spagna, Ungheria, Italia meridionale.


LA FAMIGLIA
Il ramo di Trastamara dei signori di Berre, duchi d’Andria e conti di Montescaglioso, cui apparteneva l’inquieto e torvo Pirro, aveva gran voce in capitolo in Puglia, Calabria e Campania. Tra i suoi figli, avuti da Maria Donata Orsini del Balzo duchessa di Venosa, la più interessante appare Isabella: nata nel 1465 forse nella bianca Minervino, in un raro parto trigemino, era l’unica sopravvissuta dei gemellini. Nel 1487 sposerà Federico d’Aragona, Non si sa se Isabella (nota a Napoli come Donna Sabella) fosse attraente, dato che non ci sono suoi ritratti certi, ma per qualche levigato busto del Laurana, che effigiò alcune dame legate agli Aragona, si parla di lei come modella. Suo marito fu re di Napoli dal 1496 al 1501, quando perse il trono per il tradimento del cugino di Spagna, Ferdinando il Cattolico, che si accordò con la Francia per cederle il regno dell’Italia meridionale cui aspirava, ma con un secondo clamoroso voltafaccia fece sì che il territorio conteso fosse invece annesso alla potenza aragonese iberica. Federico fuggì oltralpe con la famiglia. Nel 1504 morì, assistito dal calabrese Francesco di Paola, futuro santo, nel Castello di Plessis-lez-Tours.

La vedova, rimasta sola e con cinque figli giovinetti o bambini, chiese aiuto al generoso parente di Ferrara, Alfonso I d’Este. La madre del duca, Eleonora d’Aragona, era sorella di Federico, il suo defunto sposo. Palazzi degni di una regina non mancavano a Ferrara. Si scelse quello che si trova di fronte a Casa Romei, grande e fastoso. La magione ha dal Settecento una facciata barocca, voluta dai Gavassini: l’aggiunta sopra il portale dell’Unicorno, la divisa araldica di Borso d’Este, è abbastanza recente.

LA RELIQUIA

Il progetto originale viene talora attribuito a Biagio Rossetti, tuttavia i documenti parlano di Pietro Benvenuto degli Ordini per il ruolo principale nell’erezione, iniziata nel 1474. L’interno, ricco di testimonianze artistiche di varie epoche, è stato seriamente danneggiato dal terremoto del maggio 2012. Qualche tempo prima dell’arrivo di Isabella l’edificio era a disposizione di Ferrante d’Este, tristemente noto per la fallita congiura che ordì insieme al fratellastro Giulio ai danni dell’altro loro congiunto, il cardinale Ippolito I d’Este. Arrestato Ferrante, gli subentrò nel 1508 la sfortunata Isabella. La dama possedeva una reliquia preziosa, una Croce che si credeva fatta con il Sacro Legno «longa più de una buona spana, et è larga com’è un dito di mano» costata «assai miliara di scudi», scrisse il cronista Zerbinati che la baciò devotamente durante una cerimonia: venne donata in seguito ai frati Battuti Neri dell’Oratorio della Morte ovvero dell’Annunziata, in Borgo di Sotto. L’oggetto scomparve da Ferrara all’epoca dell’arrivo dei francesi rivoluzionari, alla fine del XVIII secolo. Nel 2002 Laura Graziani Secchieri ha pubblicato un documento che attesta che nel 1492 la Confraternita della Morte possedeva già un cimelio del Legno della Croce, il che però non esclude che una seconda reliquia di questo tipo sia entrata in possesso dei frati molti anni dopo, grazie al dono della regina.

SEPOLCRO REGALE
Infatti le reliquie della Vera Croce, ritrovata secondo la tradizione da Sant’Elena nel 328, abbondavano, declinate in numerose schegge, pezzetti, trucioli variamente composti, magari montati in oro o argento, con gemme e smalti. Quanti di questi oggetti derivassero sul serio dalla Croce di Cristo che si diceva fosse stata rinvenuta a Gerusalemme dalla madre dell’imperatore Costantino, non si sa. Calvino, nel suo mordace Trattato delle reliquie (Ginevra, 1543), affermò che non vi era abbazia in Europa tanto povera da non possedere almeno una reliquia del Lignum Crucis. Già Boccaccio narrava (Dec. VI, 10, 1350 ca.) i paradossi della proliferazione delle reliquie, nella celebre novella di Frate Cipolla. La reliquia non protesse certo la regina dai dolori, essa patì molti dispiaceri per le sorti dei figli, uno dei quali, Cesare, morì diciottenne a Ferrara, nel 1520. Isabella mancò nel 1533, e fu tumulata nella chiesa di Santa Caterina Martire, sconsacrata in epoca napoleonica. Il sepolcro regale scomparve, ed il bellissimo guscio che lo conteneva venne trasformato in caserma, palestra, museo e scuole. Oggi, infine, è il paradiso dei graffittari, nel più completo abbandono. —

(5 - continua)

Micaela Torboli

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