L'ex deputato Rubbi: accompagnai Natta da Ohnecker, il segretario del Pci sollecitava i vertici della Rdt ad aprire gli occhi

Ricordi e riflessioni a trent'anni dalla caduta del muro. Da Argenta un documento straordinario: l'ex parlamentare, che negli anni Ottanta era il responsabile delle relazioni internazionali del Pci, racconta l'incontro con i vertici della Rdt, la profezia di Natta, lo scetticismo di Gorbaciov verso un establishment arroccato su se stesso

La delegazione del Pci con Alessandro Natta e Antonio Rubbi incontra Erich Honecker, leader della Ddr

L’aspetto più impressionante della caduta del muro, fu senz’altro la rapidità con cui era avvenuto e che aveva sorpreso tutti, anche i più esperti in materia, come poteva considerarsi Willy Brandt un personaggio politico di prima grandezza del mondo politico tedesco, già Borgomastro a Berlino, ministro degli Esteri e Cancelliere a Bonn, rianimatore con il “Congresso del nuovo inizio” del 1976 a Ginevra, della pressoché spenta Internazionale Socialista. Ebbene era toccato anche ad un personaggio del genere pronunciarsi con estrema cautela; se ben ricordo, intervistato da un giornalista della rivista “Der Spiegel” qualche settimana prima del clamoroso evento, alla domanda se e quando ritenesse possibile si potesse arrivare ad abbattere il muro aveva laconicamente risposto: “Spero di vivere abbastanza da poterlo vedere”. E invece tutto precipitò poco tempo dopo, lasciando sbalorditi e attoniti, per primi i dirigenti della Rdt e della Sed che portavano, in più, la colpa di non avere dato il giusto peso a quanto aveva detto loro Mikhail Gorbaciov che giusto un mese prima da Mosca si era recato a Berlino e li aveva esortati a togliersi dall’immobilismo in cui si erano rinchiusi e prendere qualche iniziativa che significasse un apertura verso gli anelati scambi tra le due parti della città.

Persino i loro confinanti ungheresi li avevano preceduti allentando i controlli alle frontiere. ”Chi resterà fermo sarà irrimediabilmente sconfitto”. Così Gorbaciov ci raccontò di aver detto loro quando, con Natta, Occhetto e Napolitano lo incontrammo a Villa Abamelec a Roma il 30 novembre. «...Non volevano capire che erano rimasti indietro rispetto ai tempi ed ai processi politici avviati negli ultimi anni...». Ed aveva chiuso il discorso su di loro con un’ultima e pesante immagine «...non capivano che stavano seduti su un vulcano pronto a scoppiare... e adesso non sanno più cosa fare...».

A me e a Natta era venuto spontaneo ritornare con il pensiero a quella estenuante giornata di colloqui che avevamo avuto tempo prima alla sede della Sed a Berlino con il segretario Erich Ohnecker e il responsabile delle relazioni internazionali Hermann Axen. Colloqui al quanto agitati, di quelli che nel linguaggio raffinato ma ipocrita dei comunicati ufficiali vengono definiti “franchi e cordiali” per non dire che ci si era presi a pesci in faccia. Come appunto nel nostro caso.



Senza mai dirlo apertamente non condividevano quasi nulla della profonda svolta che Gorbaciov aveva impresso nella politica sovietica, anzi, ne temevano le conseguenze. Noi invece ne trovavamo la conferma di orientamenti e scelte che avevamo già compiuto. Eravamo lieti che si ponesse fine ad una serie di conflitti locali e che finalmente si riportassero a casa i soldati impegnati in quella sciagurata avventura che era stata la guerra in Afganistan. E ci sembrava giusto ridimensionare l’esposizione militare sovietica fuori dai confini, non solo quella portata addirittura in altri continenti, com’era successo nel Corno d’Africa, ma anche quella assai impegnativa nei paesi dell’Est europeo.

La caduta del muro di Berlino: la storia, i numeri, le immagini

La competizione Est Ovest avrebbe dovuto avvenire sul piano della cooperazione economica e della sicurezza militare che poteva essere data solo dalla risoluzione pacifica dei conflitti regionali e locali, dalle misure di fiducia reciproca e di passi avanti ulteriori negoziati sul disarmo. Per questo ci sembrava giusto sostenere idee e iniziative che andassero in direzione della costruzione di un’Europa “Casa Comune” capace di unire e di cooperazione e della costituzione di un sistema di sicurezza collettiva. C’era già una base comune ed era il documento sottoscritto da tutti i paesi europei nella conferenza di Helsinki del 1975. Ma bisognava renderlo operante per tutte le sue parti compresa quelle sulla libertà e i diritti umani. Era solo qui che Natta li aveva spronati a rendersi disponibili ad iniziative con l’altra parte della Germania per un lavoro comune che fosse foriero di una nuova “ostpolitik”, iniziative in tale direzione noi le avremmo sostenute. Ci si pensasse seriamente anche da questa parte della Germania e lo si facesse con coraggio e in tempi rapidi, “perché potremmo correre il rischio di non esserci più...”. Proprio con questa espressione Natta aveva concluso il suo discorso, lasciando perplesso persino il traduttore che aveva avuto qualche imbarazzo nel trasmetterlo nella sua lingua. Devo dire che aveva colpito anche me.

Alla sera a cena con noi venne Axen da solo. Axen, per come già in precedenza l’avevo conosciuto era uno dei dirigenti della Sed più attenti al pensiero di chi si trovava di fronte e più disposto alla curiosità. Per cui non aveva lasciato passare troppo tempo per chiedere a Natta cosa avesse inteso dire con quelle parole. Abituato alla finezza diplomatica che Enrico Berlinguer non abbandonava nemmeno quando doveva rivolgere cose poco piacevoli al suo interlocutore, il nuovo segretario del Pci lo aveva parecchio colpito con quella frase un po’ enigmatica è un po’ bizzarra. “Pensavo semplicemente - così ruvidamente aveva risposto Natta – che se non cambiamo e profondamente e presto, tutti noi, chi più chi meno potremmo essere travolti..”


Chissà se Axen se ne fosse ricordato il 9 novembre di 30 anni fa quando le picconate che giungevano ai berlinesi dell’Est e dell’Ovest e al mondo intero dalla cima di quel muro costruito a ridosso della porta di Brandeburgo annunciavano non solo la fine imminente della Rdt e della Sed ma un cambio di epoca storica. Avrebbe quanto meno apprezzato, seppur ancora una volta in ritardo, il suo acume politico.

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