Palazzo Melli che prima fu Villa. Poi i commercianti d’armi scelsero come dimora i Diamanti

La ricca famiglia veneta visse nell’edificio di via Mayr che oggi appare completamente trasformato

Nel 1641 gli Estensi, trasferitisi da quasi mezzo secolo a Modena dopo aver perso il possesso di Ferrara, vendettero la più importante proprietà rimasta a loro disposizione nell’antica capitale del Ducato, il Palazzo dei Diamanti. Fu acquistato da una famiglia veneta radicatasi in città fin dal XV secolo, i Villa. I loro ritratti a figure intere sono tuttora visibili nella galleria del piano nobile dell’edificio. Facoltosi grazie al mestiere delle armi, noti anche come Discalzi, prima del trasloco nel più bell’edificio urbano ferrarese i Villa avevano ovviamente in città una abitazione degna del loro rango.

ANTICHE CARTE


Si trattava di Palazzo Melli, questo è il nome con cui oggi viene definito, situato nell’attuale via Carlo Mayr 116, un tempo via Grande. L’edificio fa angolo con via Cammello: nelle carte antiche la strada era detta di San Gregorio nella prima parte, e Piangi Pane nella seconda, da non confondere con l’omonima arteria odierna. Nel Novecento il palazzo è stato per anni sede del Provveditorato agli Studi, ma da un pezzo versa in abbandono. I Melli, ultimi proprietari privati, lo restaurarono alla fine del 1800. Come delineano i pochi studi dedicati al palazzo (tra tutti vale la tesi in architettura di Vittorio Fava, Cinzia Ghidini, Dimitri Rossi e Silvia Vitali, a. a. 1997-8), fu eretto per i Villa all’epoca di Borso d’Este.



RIMEDI NATURALI

Aveva certo un aspetto diverso da quello odierno. Il primo documento certo che riguarda i Villa pare sia del 1561, e cita il marchese Francesco: in quell’epoca l’edificio era decorato con affreschi simili a quelli della Loggia degli Aranci della Palazzina di Marfisa d’Este, dei quali rimangono solo lacerti. Agostino Villa risalta tra i primi della casata nel XV secolo, come segretario del marchese di Ferrara Nicolò III d’Este e Governatore di Reggio: ebbe la ventura di essere un miracolato. Lo ricorda lo storico Paolo Morigia nel Paradiso de’ Giesuati (Venezia 1582). A Ferrara i Gesuati (anticamente Giesuati), detti “Capuzzoli” (incappucciati), erano rinomati per i rimedi naturali che uscivano dalla loro farmacia, nel convento di San Girolamo. Morigia, pure lui gesuato, narra che Agostino Villa soffriva di «scoriatione di vessica; infermità di acerbissime, & intollerabili passioni». Una specie di escoriazione interna, provocata, nel caso di Agostino, dai calcoli renali. Agostino fece voto al Beato Giovanni Tavelli da Tossignano, il frate gesuato morto in odore di santità a Ferrara nel 1446, fondatore dell’arcispedale, di far eseguire in suo onore una statua di lui in cera a grandezza naturale, da porsi sulla sua tomba, se fosse migliorato. Cosa che avvenne, s’intende la guarigione: quanto alla statua, si mormorò molto, perché, per motivi non chiari, non fu eseguita.

NEMICI POTENTI

Agostino, narra lo scrittore barocco Galeazzo Gualdo Priorato, andò ambasciatore estense al re Alfonso d’Aragona e presso la corte papale al tempo di Eugenio IV, e fu colui che consegnò lo scettro a Borso nel 1450, inoltre contribuì a far erigere la statua equestre del marchese Nicolò III «come resta dichiarato dalle stesse parole, che sotto vi si leggono» ovvero una iscrizione che ricordava il fatto, diverse volte sostituita nel tempo. Era infatti Giudice dei Savi. Il già citato Francesco Villa, pure ricordato da Gualdo Priorato tra gli uomini illustri dell’Italia del Cinquecento, ebbe incarico di ambasciatore estense presso i papi Clemente VII e Paolo III. Ricoprì lo stesso ruolo per trattare con l’imperatore Carlo V. Un matrimonio altolocato lo vide coniugarsi con la contessa napoletana Camilla Caracciolo. Gli toccò il ruolo di Governatore di Modena, ma viaggiava molto, guerreggiando. Anche perché a Ferrara aveva nemici potenti e pericolosissimi, come Cornelio Bentivoglio, uno che non si tirava indietro nel regolare i conti, fino all’omicidio. Meglio stare alla larga.

BENI E NOZZE

Le nozze con Camilla gli portarono enormi vantaggi, perché divenne Luogotenente del Principe di Melfi, Giovanni Caracciolo, condottiero assai ricco e celebre, Maresciallo di Francia: suo suocero, a quanto pare seguendo le genealogie delle casate. Grazie alle conoscenze meridionali organizzò le nozze tra Francesco d’Este, con il quale militava, e Maria de Cardona, contessa di Padula. Dopo la morte di Giovanni, nel 1550, ereditò la sua carica francese di barone di Romorantin. Era un boccone troppo prelibato per lui, ed il re Enrico II di Valois (si noti che il sovrano era figlio di Claudia di Francia, nata proprio a Romorantin, e sorella della duchessa di Ferrara, Renata) passò presto il feudo alla sorella Margherita, per formarle insieme ad altri beni la dote, in occasione delle nozze con Emanuele Filiberto di Savoia. Villa fu ripagato con il possesso di Montluçon, nel Bourbonnais. Un contentino. Morì nel 1572, e fu sepolto a Ferrara, in San Francesco. È difficile immaginare come fosse il palazzo di via Grande nella sua epoca d’oro, per essere all’altezza di un nobiluomo di tale peso internazionale, e dare lustro ad una famiglia tanto in vista. —

(8-continua)

Micaela Torboli

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