Lo “strano” tempio di San Giuseppe, tra reliquari e dipinti mediocri ha attraversato i secoli e la storia

L’edificio situato in via Carlo Mayr sorse a pochi passi da altri luoghi sacri che però sono andati perduti

Dedicare una chiesa a San Giuseppe, nel Seicento, era un fatto inusuale. Nella Ferrara della prima metà del secolo si volle erigere un tempio a lui dedicato, sulla via Grande, oggi via Carlo Mayr. Si procedette con lentezza (i lavori, eseguiti a tappe, datano tra 1639 e 1671), dato che i fondi mancavano, gli architetti a disposizione non erano eccelsi (si scelse poi il poco brillante Carlo Pasetti), e la zona pullulava di chiese: solo per fare un esempio, nella breve via Giuoco del Pallone, di fronte alla erigenda, esistevano ben due edifici sacri, antichi, Santa Maria di Bocche e San Clemente. Ora perduti. Sorse anche il convento per gli Eremitani scalzi di Sant’Agostino.

PADRE PUTATIVO


La figura di Giuseppe, nella cerchia di Gesù, rimane defilata, non solo rispetto al Figlio e a Maria, ma anche a paragone di altri partecipanti alle vicende evangeliche. Solo due Vangeli canonici citano Giuseppe, quelli di Matteo e Luca; gli altri non lo nominano. Gli Apocrifi (esclusi dai quattro Vangeli riconosciuti) sostengono che Giuseppe era vedovo e padre quando sposò Maria. Si pensa che le raffigurazioni che lo mostrano anziano non siano corrette, deducendolo da riletture moderne dei testi sacri e delle tradizioni ebraiche. Era falegname, ma è più giusto definirlo artigiano. Padre putativo di Gesù, non è stato facile capire la sua posizione di uomo che affronta la gravidanza della moglie, della quale non è autore, perciò venne più facile lasciarlo nella penombra. Si giunse al Medioevo prima che un culto preciso di Giuseppe prendesse forma.

SANTI GIUSEPPE E TECLA

Tra i primi ad evidenziarne l’importanza vi furono Sant’Agostino, San Bernardo di Chiaravalle, Duns Scoto (il Dottor Sottile), San Tommaso d’Aquino. Ma la svolta avvenne grazie a Teresa d’Avila, voce di intensa devozione cinquecentesca per San Giuseppe. Santa dal 1622. Accanto a San Giuseppe a Ferrara venne accostata una dedica a Santa Tecla. I motivi non sono palmari. Tra i devoti di Tecla, attivi nella nuova chiesa, c’era P. Gabriele Bartoli, agostiniano parente del celeberrimo gesuita Daniello. Iconio (oggi Konya, Turchia) era patria della prima martire donna della Cristianità, “isapostola” ovvero “uguale agli apostoli”, titolo peraltro comune agli imperatori bizantini, e molto viva era per Tecla la devozione degli ortodossi. Perché scegliere Tecla a Ferrara? Forse per via della sua fama di protettrice contro la peste. A Este a Tecla è dedicato il bel Duomo, che possiede un capolavoro immenso di Tiepolo, Santa Tecla prega per liberare Este dalla pestilenza (1759) e una stupefacente gruppo scultoreo settecentesco con il Trionfo dell’Eucarestia del divino Antonio Corradini, autore anche di alcune statue della Cappella Sansevero di Napoli.

DIPINTI MEDIOCRI

Cercare nell’edificio ferrarese opere di tale livello sarebbe vano. La qualità media dei dipinti nostrani è mediocre, con alcune punte d’eccellenza, tra tutte risalta una pala del 1653 di Francesco Costanzo Catanio che raffigura Ferrara “travagliata dal terremoto”. Di imbarazzante goffaggine sono soprattutto i quadri dedicati a Santa Tecla da Giuseppe Avanzi, allievo di Catanio ma assai meno portato, anche se non sempre disprezzabile. Studi recenti di Enrico Ghetti offrono spunti per una sua migliore conoscenza. Grandi dipinti con le storie di santi non celeberrimi furono prescelti come soggetti per le pale, come lo spagnolo San Tommaso di Villanova, un eletto “recente”, morto nel 1555 e santificato nel 1658, o il medievale San Guglielmo d’Aquitania, uomo d’arme, conte di Tolosa e duca di Narbona, canonizzato nel 1066. Lontani dal sentire popolare locale. I due santi furono immortalati a Ferrara da Maurelio Scannavini l’uno, e Cesare Mezzogori l’altro. Del resto, la punta di diamante della chiesa, di forma e facciata semplici, non erano architetture, pitture e sculture, ma una immensa dotazione di reliquie di ogni genere e provenienza.

FERRARA PAPALINA

Flaviano Luciani, autore di una guida dedicata al tempio del 1996, enumera, grazie agli studi di Alberto Rizzi, un centinaio di reliquiari di varie fogge, in legno, vetro, marmo, cuoio e metallo. Le si potrebbe guardare con sufficienza, come vestigia di un superstizioso costume antico, malvisto dai cinici, fin Boccaccio che se ne fece beffe con la falsa «penna dell’agnol Gabriello» mostrata dal furbo frate Cipolla nel Decameron, fino alle cento reliquie di famiglia del principe di Salina nel Gattopardo, svelatesi come false. Ma nella Ferrara papalina e barocca l’attrazione per questi oggetti di fede era potente. Infatti gli altari furono dotati di cancelli di ferro, per tenere a debita distanza la gente, spesso curiosa e facile al voler toccare le reliquie, per sperarne benefici. Nel Novecento si pensò di affiancare ai patroni la co-titolazione alla venerata agostiniana Santa Rita da Cascia. Fu una idea fortunata, dato che Rita era ed è molto popolare. Almeno quanto Giuseppe, e ben più di Tecla, nome bello ma raro, che significa “gloria di Dio”. —

(6-continua)

Micaela Torboli