La “Madonnina” in Carlo Mayr, storia del tempio ricco d’arte consacrato dall’amico di Ariosto

All’interno restano due opere di Bastianino e Bononi. La spoliazione di dipinti dal XVI al XIX secolo

Chiamarla con il suo nome intero, chiesa di Santa Maria della Visitazione, era meno facile che riferirsi a quel piccolo tempio in fondo alla Strada Grande, oggi via Carlo Mayr, solo come “la Madonnina”: così è nota tuttora. Un’immagine della Vergine (il suo Bambino fu aggiunto poi), salvata dalla demolizione della Porta di Sotto, vicino le mura in via di fortificazione, su cui era stata dipinta, fu oggetto di venerazione popolare, e la Madonnina si sviluppò intorno a quella semplice raffigurazione mariana. La Visitazione è narrata nel Vangelo di Luca e si riferisce alla visita che Maria, da poco incinta, fa ad una parente, Elisabetta. Anch’essa gravida per intervento celeste, dato che era sterile. Sarà madre di Giovanni Battista, e l’incontro fra le due donne è celebrato dal Magnificat, cantico di lode a Dio.

LA PRIMA PIETRA


La chiesa e l’annesso convento dei Camilliani, diversi da quelli che vediamo oggi (furono ricostruiti dopo il terremoto del 1570 da Alberto Schiatti) vennero consacrati negli anni ’30 del Cinquecento dal vescovo di Comacchio, Gillino Gillini (1477-1559), che aveva posto la prima pietra.

OPERE E STORIE

Amico di Ariosto e Calcagnini, fu uomo di legge e docente di diritto, ma si fece prete divenendo vescovo di Comacchio. Inaugurava spesso nuove chiese del ducato e tenne a battesimo Luigi d’Este, futuro cardinale. Era sovente incaricato di missioni diplomatiche prestigiose, a Roma e presso la corte imperiale. Ebbe pure il tempo di concepire una figlia naturale per lo più gabellata per nipote, Margherita, che è sepolta accanto a lui in San Francesco. La Madonnina era ricca d’arte: a parte l’ingenuo affresco che diede origine alla costruzione, ne restano alcune vitali, come un San Girolamo del Bastianino o il San Carlo Borromeo di Carlo Bononi. Diverse pale partirono per altri lidi, a tappe, prima con la Devoluzione e poi a causa delle soppressioni napoleoniche.

Una di queste opere ha una storia assai travagliata. Si tratta della Visitazione, creata per onorare la titolazione della chiesa ferrarese da un maestro del XVI secolo, il cui nome è al centro di una complessa indagine, iniziata nel 1950, dopo che il critico Claudio Savonuzzi propose un nuovo dibattito sul quadro, per secoli trascurato. Passato da Ferrara a varie altre collocazioni in Lombardia, usato solo come riempitivo in chiese periferiche, passava poi alla Pinacoteca di Brera di Milano, ma senza il dovuto risalto. Questo, perché non era riferito ad un maestro celebre. Ancora oggi si usa bollare i pittori meno noti come “minori”, un costume provinciale e inattuale: non ci sono artisti maggiori o minori, tutti sono degni di studi ed attenzione, al di là delle mode e delle presunte superiorità. Nello stesso modo non esiste una “storia locale”, o una “stampa locale”, ma prodotti culturali mediocri, buoni e ottimi, qualsiasi argomento trattino. L’autore dellaVisitazione dipingeva quando l’influsso di Raffaello seminava ovunque epigoni e imitatori. Pochi artisti riuscirono ad evitare un confronto con questo pittore vincente.

DIPINTI SPARSI

A Ferrara il più conosciuto tra questi pittori fu il Garofalo, ma in città diversi altri suoi colleghi furono portati a inseguire il successo del Sanzio, per accontentare i mecenati, a corte e non, che erano soggiogati dalla mano dell’Urbinate. Alcuni aderirono passivamente, altri ebbero guizzi di originalità che li resero inconfondibili malgrado il livellamento del gusto. Chi dipinse laVisitazione della Madonnina non ha avuto l’abilità necessaria per riuscire a risaltare. Un gruppo di dipinti, sparsi ovunque, gli sono stati attribuiti, sotto diversi nomi, quasi tutti semi-dimenticati, e sono stati fatti per centrarne l’identità: Stefano da Ferrara (forse Stefano Falzagalloni), uno dei Panizzati (o Panicciati), Domenico Panetti, Girolamo Ferrari detto Ricamador, Giovan Francesco Dianti, solo per citare quelli meno assurdi. Per tagliare la testa al toro, si è poi scelto di definirlo “Maestro dei Dodici Apostoli”, perché si riconosce come base critica la serie pittorica dei Dodici Apostoli della Pinacoteca nazionale di Ferrara.

PARENTALE

Alessandra Pattanaro ha delineato in un libro il profilo del pittore, nel 2005, in occasione della esposizione a Brera del nostro dipinto. Il mistero ha stuzzicato anche studiosi che amano sbrogliare intricate matasse, come Andrei Blizniukov. Il nome del Dianti risulta il meno improbabile. Di lui si sa ben poco. Era forse parente di Laura Dianti, l’amante di umili origini del duca Alfonso I d’Este. Pare che avessero uno stemma simile, ma non identico. Lo propone Ferruccio Pasini Frassoni nel suo Dizionario araldico (1914), indicando appunto la similitudine, basandosi sulla decorazione della sepoltura del pittore, morto nel 1575, posta proprio alla Madonnina. Tra l’altro, alcuni documenti trovati nell’Ottocento da Luigi Napoleone Cittadella testimoniano la conoscenza da parte di Dianti di membri della famiglia Gillini. Grazie anche a questi dati la paternità di Dianti della Visitazione di Brera appare attendibile. —

(8-continua)

Micaela Torboli