Sant’Antonio e la lotta al diavolo. Il luogo sacro fondato sul “Sarasin” per il protettore degli animali

L’edificio dal 1400 è stato più volte rimaneggiato. All’interno il soffitto è ricco di giochi architettonici

Dovevano essere davvero tanti i malati di ergotismo (trasmesso da segale cornuta, cibo povero, mal conservata) e di “herpes zoster” ovvero Fuoco di Sant’Antonio (una sorta di varicella), nella Ferrara medievale, per introdurre in città i Canonici regolari antoniani di Sant’Antonio di Vienne; gli antoniani, un ordine ospedaliero sul tipo dei Cavalieri di Malta, famosi per proporre cure a questi mali confusi tra loro, che giungevano fino alla cancrena, di diversa ma allora sconosciuta origine.

LE IPOTESI


Per goderne i rimedi si fondò quindi una piccola chiesa dedicata al santo, sul “Sarasin”, via Saraceno. Il nome della Strada del Saraceno ha origini oscure. Nel classico libro del Melchiorri sulle strade e piazze di Ferrara (1918) leggiamo tre ipotesi. Che vi fosse una bottega con un saraceno sull’insegna, che lì abitasse una famiglia Saraceni, o che vi si tenesse un torneo, nel quale i cavalieri «correndo una giostra, rompevano la lancia contro una statua di legno, che aveva la similitudine di un Saracino». Sembra questa la proposta più logica. Ad Arezzo, dove si gareggia la famosa “Giostra del Saracino”, nata nel Medioevo, succede qualcosa di simile ed in città c’è una via del Saracino. Analoga toponomastica a Positano, violata da antichi e memorabili sbarchi dei pirati saraceni. Antonio, pare fosse un eremita in Tebaide, una regione dell’antico Egitto dove si trovava Tebe, e oggi El Karnak e Luxor. In quel sito, secondo la colorita leggenda, Antonio viveva insieme ad un porcello, suo compare nella lotta contro il diavolo. Da qui la promozione di Sant’Antonio abate a protettore degli animali.

L’USANZA

I porcelli degli antoniani potevano girare in città come fossero cagnolini, con un campanello al collo: certo non contribuendo alla salute pubblica (secondo Isidoro di Siviglia porco deriva da sporco), né alla coabitazione con il vicino quartiere ebraico, dato il ribrezzo che gli ebrei provano per i maiali. Del resto, anche palazzi nobili avevano porcili urbani, come il cinquecentesco Palazzo Contughi in via Savonarola già Voltapaletto. Avere maiali era consueto nei monasteri ferraresi, ad esempio nella Vita dell’abate Guido di Pomposa, XI secolo, si narra che la mandria di suini pomposiani sparì nel bosco come punizione divina per le disobbedienze dei monaci, tornando solo dopo aver espiato la colpa. Il culto di Antonio, sempre effigiato con il suo animale, si legava alle reliquie che alcuni nobili francesi portarono in Provenza e in altre regioni francesi dalla Terrasanta. L’Ordine fu al centro di una frecciata da parte di Dante, nel Paradiso (XXIX, 124 ss.). Qui Beatrice si scaglia contro le false indulgenze e le ricchezze che i frati antoniani accumulavano a spese di fedeli creduloni, che speravano anche di guarire, grazie pure al grasso di maiale che si usava per lenire i loro mali. Alcuni studiosi hanno rifiutato questa interpretazione della frase di Beatrice, rovesciandone il senso, ma i più seguono la prima scia critica, anche perché tali monaci avevano fama di questuanti insistenti, come leggiamo anche in Boccaccio (Dec. VI, X).

IERI E OGGI

Vienne è oggi una cittadina di trentamila abitanti. Fondata dai Celti e poi ampliata dai Romani, nel XII secolo diede alla Chiesa un papa, Callisto II (1119-1124). Nicolò III d’Este e i suoi figli erano legati ad usi e costumi francesi, quindi non stupisce che ai primi del ’400 nella capitale del marchesato si siano risaltati ordini di stampo transalpino. La chiesetta di Sant’Antonio Abate è detta di Sant’Antonio Vecchio per non confonderla con Sant’Antonio in Polesine: pare infatti che quando venne eretta la chiesa vi fosse già un precedente priorato, tuttavia, considerando che Sant’Antonio in Polesine risulta fondata prima del 1300, per stabilire un primato di una sull’altra si dovrebbe supporre che nell’attuale via Saraceno gli antoniani fossero presenti già ben prima. Dall’aspetto architettonico dell’edificio non si possono avere dati inoppugnabili, perché è stato più volte rimaneggiato e goticheggiato, in ultimo secondo un gusto “revival” ottocentesco, che ha stravolto l’assetto precedente.

L’EDICOLA

L’interno, più vicino alle linee originali, ha in specie un soffitto di ragguardevole struttura, ricca di giochi architettonici. Quanto resta del corredo artistico è trascurabile. Accostata alla chiesa, su via Cavedone, si trova una edicola chiusa da ante che proteggono un Crocefisso del 1694 dipinto da un modesto artista lombardo, Francesco Robbio. Attivo a Ferrara con un certo successo, pare: del tutto immeritato. Le notizie su di lui sono poche. Si può pensare fosse di Robbio, paese della Lomellina vicino a Pavia. L’affresco, ridotto a quella che Vasari avrebbe definito una «macchia abbagliata» (così si presentava nel 1566 il Cenacolo di Leonardo a Milano, nato morto a causa delle errate tecniche usate) è stato meritoriamente restaurato nel 2001 dalla Ferrariae Decus. Nella parte bassa dell’edicola si leggono iscrizioni che promettono indulgenze a chi prega lì. Vale la pena di provare. —

Micaela Torboli

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