La Cattedrale, concentrato d’arte. Fu consacrata prima nel 1135 e poi dopo la rissa di Santo Stefano

Nel 1959 papa Giovanni XXIII con un breve apostolico la definì basilica pontificia minore

Duomo, Cattedrale o Basilica che sia, “al Dom” è nel cuore dei ferraresi. Duomo ha una piega più familiare, tanto perché viene da “domus”, cioè casa in latino, sia dato l’uso dialettale facile. Cattedrale avvia alla “cathedra”, il trono vescovile. Basilica allude ad un antico edificio pubblico romano, in origine non religioso. La Cattedrale di S. Giorgio subentrò in questo titolo alla prima chiesa cattedrale dedicata sempre al patrono di Ferrara, e che, fuori le mura e quindi posta in una zona ormai periferica rispetto allo sviluppo della città, rimase intitolata al santo, conservando la statura basilicale.

BASILICA PONTIFICIA MINORE


La Cattedrale di Ferrara è una basilica pontificia minore, onore che papa Giovanni XXIII ha concesso nel 1959, con un breve apostolico. Non è basilica papale minore, perché in Italia lo sono solo San Francesco e Santa Maria degli Angeli, entrambe in Assisi. Minore non è comunque un tratto di inferiorità, se si pensa che le basiliche papali maggiori sono soltanto quattro, tutte a Roma o Città del Vaticano: San Giovanni in Laterano, San Pietro (Vaticano), San Paolo fuori le mura e Santa Maria Maggiore.

LA STORIA

La Cattedrale di Ferrara, ideata da un gruppo di lavoro capeggiato dal mitico Nicholaus, fu consacrata nel 1135, prima ancora dell’ascesa degli Estensi, nelle nebbie dell’epoca degli Adelardi e dei Giocoli. Purtroppo il suo interno medievale fu modificato nel ’700. Venne eretta su concessione di un antipapa, Anacleto II. In quel tempo si avevano infatti due papi, Innocenzo II ed Anacleto II, discendente da una ricca famiglia di convertiti ebrei, e solo il primo pare sia stato poi riconosciuto come vero pontefice. La posizione di centralità del “Dom” nel contesto cittadino ha focalizzato lì il potere spirituale dirimpetto al potere temporale, rappresentato dai palazzi pubblici e poi dall’articolato svilupparsi della sede marchionale e quindi ducale, fino al Castello.

La Cattedrale ha anche una caratteristica del tutto insolita in un edificio sacro: la presenza plurisecolare sul suo fianco sud di botteghe, che esibisce una commistione rara di funzioni, tra commercio e fede. Questo connubio, già presente in età comunale, piacque agli Estensi. Con sdegno di osservatori come il fiorentino Francesco Guicciardini, che deprecava Alfonso I d’Este quando entrava in affari come fosse un privato cittadino, facendo «mercatantie, monopoli e altre cose meccaniche»: da un sostenitore dei Medici, noti banchieri avvezzi al potere ed aspiranti alla nobiltà, questa critica appare pelosa. La Cattedrale è un concentrato di arte, dentro e fuori. Descriverne tutta la storia e i tesori sarebbe uno sforzo erculeo, così gli studi procedono per frammenti. Si può centrare l’attenzione anche su aspetti storici singoli, con episodi sorprendenti. Uno di questi accadde nel 1473. Ne scrissero vari diaristi, tra cui Ugo Caleffini.

LA FAIDA

La sera di Santo Stefano vennero alle mani in piazza due fazioni, con uso di armi. La prima era legata alla famiglia Cani (talora trascritti a stampa come Cavi, ma tale famiglia non risulta) di San Luca, che aveva interessi nel traffico fluviale, ed i Castellani, capitani al controllo di strutture ducali collegate alle acque e vicini ai potenti Costabili. Una ventina di uomini con corazze leggere, spade e pugnali entrarono combattendo in Duomo, dove si officiava il vespro. La rissa si concentrò presso l’altare della Madonna delle Grazie, tra le urla dei presenti ed invocazioni alla Madonna, «Verzene Maria, aidame!».

I fedeli terrorizzati non riuscirono a evitare ferimenti ed omicidi sugli altari. Si pensò ad una congiura di Nicolò di Leonello d’Este, al quale era stato negato il trono che suo zio Ercole aveva ottenuto dopo la morte di Borso, ed era in esilio a Mantova. Sospetto non del tutto infondato, dato che alcuni Costabili spalleggiavano le pretese di Nicolò, che nel 1476 lo condussero sul patibolo dopo aver fallito la conquista di Ferrara. Intervennero le forze dell’ordine, ovvero il conte Antonio Sacrati, ed il conte Griffi, capitano della piazza di Ferrara, con numerosi fanti, ma non riuscirono a catturare tutti i contendenti, che scapparono al loro apparire in chiesa, ancorché malconci e sanguinanti.

LA RICONSACRAZIONE

Il duca, che si trovava al Barco, tornò in fretta in città, ordinando a soldati e “bariselli” (magistrati) di cercare ovunque i fuggitivi. Alcuni furono trovati in breve in San Francesco. I frati cercarono di non consegnarli, ma poi cedettero. Il giorno seguente la Cattedrale fu (ri)consacrata: il vecchio codice di diritto canonico (canone 1211) stabiliva che una chiesa è profanata se vi avviene un omicidio, o altri crimini violenti, e poi occorre riconsacrarla. A Ferrara lo fece subito un vescovo, non citato per nome nelle fonti più note, che era «ambasatore de la maestà del signore re al prefato duca nostro». Di quale re si trattasse, non è chiaro. Giacomo Castellani, che lasciava cinque figli e la moglie incinta, ed il fratello Cristoforo, «furno apichati per la gola» dalle finestre del Palazzo Comunale nelle stesse ore. —

(10-fine)

Micaela torboli

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