Ozpetek, il lockdown e il nuovo romanzo «Farò una serie sulle vite invase dal virus»

Il regista si racconta: «Ho scoperto la paura, un sentimento che non avevo mai provato» 

IL COLLOQUIO

Mirella Serri


È intenso il profumo del ragù e delle verdure gratinate: stanno arrivando gli amici per il pranzo domenicale. Giulio ed Elena, Leonardo e Annamaria in dolce attesa. Ad accoglierli Sergio e Giovanna. Mangeranno tutti in cucina, intorno a un grande tavolo di legno. Inizia così Come un respiro (ed. Mondadori), l’ultimo struggente libro di Ferzan Ozpetek, mago della celluloide con 13 film al suo attivo (tra cui l’ultimo La dea fortuna fresco candidato ai Nastri d’argento) e scrittore al terzo romanzo che sta scalando le classifiche: si svolge tra la memoria degli Anni ’70 e il presente, durante un incontro conviviale tra trentenni legati da ambigue e insospettabili trame: scritto in era pre-Covid, fa sentire molto lontano il recente passato fatto di vicinanza fisica e contiguità dei corpi e dei sentimenti.

«Sono ottimista e spero che a breve tutto sarà come prima - dice lui - . Però la pandemia ci ha cambiato. Io ho dovuto lasciare per un periodo il mio appartamento nel quartiere Ostiense, dove vivo da decenni e in cui ho girato Saturno contro e Le fate ignoranti. Con il mio compagno Simone siamo temporaneamente installati a via dei Coronari. Per festeggiare la fine del lockdown abbiamo invitato la nostra padrona di casa e abbiamo cenato ben distanziati in quello che sembrava un pranzo di gala. Una serata bellissima, segnata però dalla percezione che non siamo più quelli di prima. Non si può più pensare con le coordinate mentali precedenti. Abbiamo scoperto la nostra fragilità di fronte alla malattia. Una sera dopo una lite banale con Simone ho avuto l’idea di un film sul tema della malattia e anche della prigionia casalinga. Intanto sto elaborando una serie tv, fatta di episodi di 20-25 minuti, centrata sulle nostre vite invase dal virus, dove il dramma si alterna alla risata liberatoria e cerco anche di sottolineare i momenti positivi della nostra reclusione».

TRA DRAMMA E RISATE

Momenti che, assicura, ci sono: «La situazione drammatica ci ha aiutato a ristabilire le gerarchie e siamo in grado di dare importanza a ciò che veramente conta. Un altro vantaggio è stato l’impatto sull’ambiente che si è ripulito dalle scorie più micidiali. Non ultimo beneficio, in politica hanno perso verve tanti personaggi che soffiano sul fuoco della propaganda faziosa».

In Come un respiro, con una tecnica simile allo straniamento brechtiano, l’arrivo a sorpresa di un’anziana signora fa apparire le esplosive contraddizioni che permeano le esistenze delle tre coppie. La pandemia ha avuto un effetto analogo: «Ho scoperto un sentimento che non mi aveva mai direttamente investito, la paura. Ho ripensato ai racconti della Seconda guerra mondiale che mi facevano gli anziani dell’Ostiense dove sono andato ad abitare 40 anni fa. Storie di perquisizioni, di arresti, il terrore di fronte a un nemico che non sai quando si manifesterà».

UN AIUTO AGLI AMICI

Un’altra acquisizione maturata nel lockdown è l’impegno civile e il desiderio di solidarietà. «Ho rivisto i film di Vittorio De Sica, regista che ho molto amato anche per la sua denuncia della povertà nel dopoguerra. La crisi economica coinvolge pure i lavoratori dello spettacolo. Cerco di aiutare gli amici che non ce la fanno e provo un grande orgoglio nel sentirmi italiano. All’inizio dell’epidemia, per qualche tempo, in tutta Europa, ci hanno guardati come appestati o untori. Mi telefonavano gli amici dalla Turchia. Mi dicevano: “Scappa, vieni via, lascia l’Italia”. Mi sono rifiutato».

oggi come ieri

Come un respiro, la Turchia è uno splendido paese, una nicchia dorata ma raccontata in una storia di 50 anni fa.

«Oggi anche Istanbul ha perso gran parte del suo fascino, è un cantiere a cielo aperto. Mi sento soprattutto un regista italiano: questo paese dove sono arrivato nel 1976 e dove ho fatto le mie esperienze lavorative, è stato generoso con me. E cerco di ricambiarlo. In queste settimane ho ripensato intensamente ai miei esordi. Sono stato per anni aiuto di molti maestri del cinema italiano e anche di Marco Risi. Dopo un paio di miei suggerimenti indovinati mi disse: “Devi fare il regista”. E mi regalò 20mila lire che ancora oggi conservo. Così realizzai Il bagno turco. Oggi - conclude il clebre cineasta romano - mi sento nuovamente agli inizi. Non sto fermo un momento. Anche per non pensare alle persone che non ci sono più». —

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