Loren al lavoro dopo 11 anni... per Edoardo «Sono tornata sul set solo per mio figlio»

È protagonista di “La vita davanti a sé” tratto dal romanzo di Romai Gary, su Netflix dal 13 novembre: questo film vale più di un Oscar 

l’intervista



Una vicenda intima e universale, tratta dal best-seller di Romain Gary, trasferita nella Bari multietnica di oggi ma, soprattutto, intrisa di valori più che mai contemporanei come la tolleranza e l’inclusione. E poi un regista speciale, Edoardo Ponti, il figlio di cui coglie al volo emozioni e sentimenti, senza bisogno di parole. Il figlio che le siede accanto, stringendole la mano e commuovendosi quando prova a descrivere «il legame che abbiamo, la fiducia che ci lega, la forza che ci diamo».

Nei panni di Madame Rosa, ex-prostituta ebrea, scampata ad Auschwitz, Sophia Loren torna sullo schermo, dopo undici anni di lontananza dal set, nel film La vita davanti a sé, basato sul romanzo omonimo (edito da Neri Pozza), disponibile dal 13 novembre su Netflix e, stando a Variety, già in odore di nomination agli Oscar: «Per carità, non ci voglio nemmeno pensare, già così, ho avuto un tuffo al cuore, speriamo bene, vediamo... Il mio Oscar è stato lavorare nel film». Al suo fianco recitano Ibrahima Gueye nella parte del bambino senegalese senza famiglia, Renato Carpentieri, Abril Zamora e Babak Karimi. Alla voce di Laura Pausini affidate le note della canzone di Diane Warren Io sì (Seen).

Che cosa l’ha attratta della Vita davanti a sé?

«È una storia importante, contiene un messaggio di accettazione, amore, perdono. Tutti abbiamo il diritto di essere amati e sperare che i nostri sogni si realizzino, altrimenti sarebbe impossibile vivere».

Come si lavora diretti dal proprio figlio?

«Lavorar con mio figlio è impegnativo, vuole sempre tocchi note che sa posso raggiungere, ma non è facile, per me, spingermi così lontano. Naturalmente mi fido e faccio quanto dice. Nella scena in cui sono immobile sotto la pioggia continuava a ripetermi “mamma, non battere le ciglia”, e io pensavo “ma come faccio? Sono tutta bagnata”, però, siccome quando mio figlio parla tutto è fantastico, ho fatto come diceva, “I didn’t blink”».

Ha detto che il personaggio di Madame Rosa le ha ricordato sua madre, perché?

«Specie per la combinazione di fragilità e irriverente vitalità. E poi c’è una frase del personaggio che mia madre ripeteva spesso, “È proprio quando non ci credi più, che succedono le cose più belle”. Era un concetto a cui era molto legata, lo ripeteva quando era giù e vedeva tutto nero. Mia madre era una donna che si faceva sentire, vivevamo grazie a lei, suonava benissimo il pianoforte e così riuscivamo a mangiare; per la nostra famiglia era fondamentale quella sua immagine di bellezza e talento».

Madame Rosa è ebrea, sopravvissuta al lager. Ha avuto contatti con persone che hanno subìto la stessa sorte?

«No mai, ma durante la guerra ricordo tutto, gli adulti che parlavano di bombe e di incursioni. A quell’età non si capisce bene che cosa sia la morte, solo crescendo ci si rende conto di quello che si è attraversato in quel periodo».

Perché è rimasta lontana dal set per tutti questi anni?

«Avevo bisogno di silenzio, di far riposare il cervello, di stare con i miei figli, perché il mio lavoro non mi ha permesso di essere sempre presente mentre crescevano. Ho scelto una vita di famiglia, come se fossi una signora che ha lavorato e che poi si è fermata per un po’. Poi è arrivata questa storia che rincuora, e che mi ha intenerito, ricordandomi che il cinema, per me, è essenziale».

Il film è girato a Bari, città di mare del Sud, impossibile non pensare a Napoli. Qual è il rapporto con la sua città?

«Quando si nasce a Napoli, le origini non si dimenticano. Sono fiera di essere napoletana, al mille per cento. Se devo cantare, canto una canzone napoletana, Napoli è sempre nel mio cuore, è stata la mia fortuna, una scuola meravigliosa, grazie all’incontro fondamentale con De Sica, che era quasi di Napoli, e mi ha fatto vivere i momenti più felici della vita».

Ha un rimpianto, un ruolo che non ha interpretato e che, invece, avrebbe accettato volentieri?

«Tanti anni fa Luchino Visconti mi propose la parte della monaca di Monza poi, per ragioni che non ricordo, non se n’è fatto più niente; quella parte mi sarebbe piaciuta molto».

Nella Vita davanti a sé ci sono abbracci, carezze, strette di mano, tutte cose oggi vietate. Che impressione le fa questo azzeramento di rapporti tra esseri umani?

«Mi è difficile rispondere, i contatti tra le persone contano molto, ma fino a un certo punto. Io ho paura di tutto, seguo le regole, non esco, non faccio cose che sono vietate».

Cinema e teatri sono chiusi e in Italia ci sono grandi proteste. Che cosa ne pensa?

«Cinema e teatri sono rifugi, servono a ritrovarci e a capirci meglio, e dispiace che oggi siano chiusi. La salute emotiva è importante, ma quella vera lo è di più. Se oggi siamo messi così, che possiamo fare?». —





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