“Album di famiglia” Teatro e web serie si incontrano in carcere a Ferrara

“Amleto” nei cortometraggi con i detenuti dell’Arginone Czertok: per loro è una finestra per mostrarsi ai propri cari

Samuele Govoni

«Una fessura in bianco e nero attraverso cui fare entrare in carcere la città e il mondo». Tanto è stata la videocamera per Horacio Czertok in questi mesi di emergenza sanitaria. Tra i pionieri del teatro in carcere e fondatore del Nucleo, il regista e drammaturgo, ha portato avanti l’attività teatrale con i detenuti anche in questi mesi di coronavirus. «Non possiamo lasciarli soli» ha pensato istintivamente e così, tra mille difficoltà e peripezie, i laboratori sono continuati nonostante il Covid-19. Quest’anno però, vista l’impossibilità di esibirsi davanti ad un pubblico, il linguaggio teatrale si è mescolato con quello della videocamera, creando così una web serie. Album di Famiglia, questo il titolo del progetto nato all’interno della stagione Le Magnifiche Utopie, sarà trasmesso da domani alle 18 sulla pagina Facebook del Teatro Nucleo e sui canali del Coordinamento Teatro Carcere Emilia Romagna.


Horacio, come nasce la videoserie?

«L’idea di una serie di corti che raccontasse il nostro lavoro su Amleto è nata quasi per caso. Gli attori detenuti hanno sempre continuato a studiare e a sviluppare i loro “compiti”, nonostante la mancanza dell’obiettivo spettacolo, e certe cose avevano raggiunto un livello performativo forte, per cui ci siamo detti: documentiamo. Così abbiamo iniziato a riprendere le scene, ma d’improvviso è scattato qualcosa nel gruppo».

Cioé? Erano a loro agio davanti la videocamera?

«Si è accesa una passione per questo tipo di lavoro. Ho capito che la telecamera rappresentava per loro una finestra attraverso cui farsi vedere dai figli, dalle mogli, dalle madri e dai fratelli. Tutti hanno iniziato a lavorare all’allestimento del set, alla scelta delle inquadrature, alla scrittura dei movimenti di camera. Ho capito che non si trattava più di documentare gli incontri di un laboratorio, ma che stava prendendo forma un vero e proprio processo artistico, creativo: il cinema».

Dal teatro al web, cambia il linguaggio e l’approccio?

«Abbiamo dovuto sicuramente adattare la drammaturgia e la scrittura di scena ad un linguaggio più conciso e declinabile per immagini, sottraendo spazio alla “narrazione” tradizionale per lasciare fluire un “logos” maggiormente legato alla metafora. L’approccio “performativo” invece è rimasto legato alla pratica teatrale che da anni strutturiamo con gli attori-detenuti nel nostro laboratorio. Noi riteniamo che non ci sia differenza tra l’attore di cinema e l’attore di teatro, quindi abbiamo impostato le riprese e il set come facciamo solitamente per l’allestimento di una scena teatrale. Cambia ovviamente il “point of view”, il fuoco verso cui gli attori incanalano l’espressione, l’energia e le visioni».

Cosa è emerso?

«Osservare la professionalità e la coscienza con cui gli attori-detenuti si rapportano alla camera da presa è stata una scoperta oltre che una concreta costatazione del buon livello tecnico che molti di loro hanno raggiunto. La loro intelligenza emotiva, la furbizia infantile, questo “non aver nulla da perdere”, il loro essere perfettamente confitti nel presente e contemporaneamente capaci di vivere in un altrove immaginario (cosa a cui penso siano allenati per sopravvivenza), sono elementi che fanno di loro a tutti gli effetti degli attori professionisti».

Di cosa tratta e come è articolata la serie?

«La forma del video breve riprende l’idea della raccolta fotografica dei ricordi familiari: ogni episodio è uno scatto, uno squarcio che illumina aspetti e momenti dei vari personaggi che animano la drammaturgia di Album di Famiglia. I personaggi appaiono nei dieci episodi, si raccontano attraverso relazioni reali o immaginarie. Una famiglia a brandelli, una polverizzazione dei legami, per dirla con Hanna Arendt, che attraverso la storia di Amleto si fa metafora anche del momento storico che stiamo vivendo, oltre che della condizione individuale degli attori-detenuti. La serie Album di Famiglia sarà composta da dieci episodi di circa 4 minuti che andranno in onda fino a marzo».

Quante persone coinvolge oggi il laboratorio teatrale in carcere a Ferrara?

«Attualmente il laboratorio è frequentato da circa 35 detenuti, numero che se rapportato alla popolazione della Casa Circondariale “Satta” di Ferrara rappresenta oltre il 10%. Un gruppo estremamente eterogeneo in quanto a età e provenienza. Abbiamo detenuti attori che vengono da Marocco, Tunisia, Albania, Moldavia, Russia, Nigeria, Camerun, oltre che italiani ovviamente». —

© RIPRODUZIONE RISERVATA