Il dilemma fra vendetta e giustizia Gli sciacalli, Carlini studia la storia

L’autore: «Ferrara nel 1945 era stremata dall’occupazione nazifascista e da due anni tragici di eccidi»

Dove finisce la vendetta e dove comincia la giustizia? E dove invece coincidono? Il nuovo romanzo di Alessandro Carlini, Gli sciacalli (Newton Compton), intende delineare attraverso il microcosmo ferrarese l’Italia dell’immediato dopoguerra, nonché mettere in luce alcune zone d’ombra della nostra storia rammentando fatti realmente accaduti. Tra le pagine di un noir atipico si rivela un libro del ricordo e dell’oblio che il giovane autore ferrarese presenterà per la prima volta martedì 2 febbraio, alle 18.30, sulla pagina Facebook della libreria Libraccio.

Da ricordare che lo scrittore e giornalista Carlini si è aggiudicato nel 2019 il prestigioso Premio internazionale di letteratura Città di Como (VI edizione) per la sezione “opera prima”, col suo romanzo Partigiano in camicia nera (ed. Chiarelettere).


Appena finita la guerra in che situazione versava la Ferrara del 1945?

«L’occupazione nazifascista la lasciò stremata - ci risponde l’autore -. Oltre le rovine, come ad Argenta, il problema della città fu morale. Usciva da due anni tragici di eccidi, così quello del Castello e la strage del Doro. I ferraresi volevano tornare alla normalità, ma anche vendicarsi nei confronti degli aguzzini fascisti. Il desiderio di giustizia eguagliava quello di dimenticare, come scriveva tagliente Bassani».

Qual è il caso che toglie il sonno al sostituto procuratore Aldo Marano?

«Marano intende fermare la scia di sangue iniziata con una resa dei conti. È chiaro che la guerriglia civile in atto stia continuando per ragioni di vendetta. Ma non comprende se si tratti di una o più bande in azione, che eliminano una serie di persone legate al regime fascista, ma anche tante altre senza ruoli o incarichi manifesti. All’epoca bastava una diceria per essere prelevati la notte e sparire. I carabinieri neanche avevano più le divise, non solo la benzina, e tutto era in mano all’irrisoria polizia degli Alleati. L’assalto al carcere di Ferrara, nel giugno del ’45, fu l’apice che fece dilagare la paura di un’insurrezione rossa. Per cominciare la stagione democratica le armi dovevano essere sepolte a favore dei tribunali».

Però Marano è in conflitto con se stesso…

«La sua tragedia interiore è sapere di doversi accanire con chi potrebbe essere stato un partigiano insieme a lui, ma su questo prevale la necessità di garantire la legge, una sensibilità che va oltre i codici fascisti del tempo».

Perché ha scelto di omaggiare il lavoro del giudice che perseguì i delitti della banda della 1100, Antonio Buono, e che fu il pubblico ministero nel processo contro Carlo De Sanctis, capo efferato della polizia fascista?

«Marano è un tributo a chi come Buono si trovò a giudicare tutti gli italiani; quello di cui si macchiarono durante il Fascismo e quello di cui si macchiarono subito dopo, magari sotto un’altra bandiera. Marano ha a che fare con il male a ogni livello, quello causato dagli “sciacalli” e quello delle vendette personali. Capisce però che l’origine è una soltanto: vent’anni di propaganda nazifascista con le rappresaglie incessanti hanno alterato l’atmosfera di Ferrara ed esasperato i suoi abitanti».

Ha bilanciato la narrazione con la vicenda di Mario e Ines: che cosa potevano significare allora e cosa significano idealmente per lei?

«Il loro rapporto personifica l’innocenza. Mario è un ragazzo che si rivolge al Partito comunista, ma l’illusione giovanile svanisce nel momento in cui la via della violenza si dimostra non tanto rivoluzionaria quanto dannosa e sofferta. Mario rappresenta la parte più spontanea di chi porta nella Resistenza ideali comunisti chiedendo di cambiare la società, ma senza riuscire ad avverarli. I principi scadono all’interno di un’invidia classista, la quale nel caso della banda in questione non conduce ad alcunché, se non alla completa adesione alla criminalità e all’uscita dal partito stesso. Mario prende coscienza e capisce che farsi giustizia da sé sarebbe ingiusto e antidemocratico, proprio come ha sempre ribadito Togliatti», conclude Carlini. —

Matteo Bianchi

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