Ruggeri tra punk e romanticismo: «Serve un segnale di ripartenza»

Il cantautore oggi e domani a Ferrara: «Con i libri ho imparato a dire ciò che non riuscivo». Dal palco del teatro Comunale registrerà lo spettacolo “L’amore ai tempi del colera” 

FERRARA. «Ora cambio senza quasi accorgermi, e combatto con la fantasia». Lo cantava Enrico Ruggeri nel 1981. Il cantautore milanese, allora 24enne, aveva da poco chiuso con i Decibel e pubblicato Champagne e Molotov, primo album di una lunga e fortunata carriera solista. Quella strofa di Passato, presente, futuro, canzone che chiude il disco, è diventata poi una sorta di manifesto per lui e per le sue produzioni. Sì, perché Ruggeri in quasi cinquant’anni di carriera, una vita praticamente passata tra palcoscenici e studi discografici, si è sempre messo in discussione.

L’ha fatto con i dischi, poi con i libri, con le trasmissioni televisive e quelle radiofoniche. Anche durante i mesi più duri della pandemia non si è fermato e ha sfruttato i periodi di stop per scrivere il suo nuovo romanzo Un gioco da ragazzi (ed. La nave di Teseo, 2020). Oggi e domani dal Teatro Comunale Abbado di Ferrara registrerà L’amore ai tempi del colera, concerto spettacolo che andrà in onda in esclusiva su Radio Bruno domenica 14 febbraio. La performance in seguito sarà disponibile gratuitamente sui canali Youtube del teatro cittadino.


Ruggeri, quarant’anni fa il suo esordio solista, cosa ricorda di quell’album?

«Fu un disco complicato, ero in causa con la mia etichetta discografica e avevo un sacco di pensieri per la testa. Fu però anche una bella esperienza, la mia prima prova da solista appunto. Un’occasione di rinascita per me, un momento importante».

A proposito di rinascite, cosa pensa della situazione attuale?

«Penso che il mondo della cultura e dello spettacolo stia pagando un prezzo altissimo. Ci sono migliaia di persone ferme da mesi che non lavorano, non percepiscono stipendi e aspettano solo di ripartire. Credo che il nostro settore, oltre che con la crisi causata dal Covid, si debba confrontare anche con una mancanza di volontà».

In che senso?

«Il ministro della cultura non ha giocato a nostro favore e l’ex presidente del Consiglio ha parlato di noi come di “artisti che fanno divertire”, una frase che per me suona come un’offesa a tutta la categoria. Ora come ora, secondo me, i concerti si potrebbero fare. Controlli e ingressi contingentati, certo, basterebbe fare il tampone a ogni spettatore. Non è una cosa impossibile, certo comporterebbe un impegno e una spesa ma credo che costerebbe comunque meno dei banchi con le rotelle. Sarebbe un segnale di ripartenza».



A Ferrara si esibirà in un teatro vuoto.

«Sì registreremo “L’amore ai tempi del colera”, un concerto spettacolo che andrà in onda per San Valentino e quindi sarà concentrato proprio sull’amore. Ci saranno anche intermezzi parlati. Non posso ancora dire come sarà la scaletta, del resto noi la lasciamo sempre aperta fino a pochi minuti prima di salire sul palco. Il bello di avere un gruppo affiatato e rodato è proprio questo: si può variare fino all’ultimo. Sicuramente, vista la ricorrenza, il repertorio verterà più sulle canzoni d’amore».

Al di là delle canzoni imprescindibili, quelle che non possono mai mancare a un concerto, ci sono brani a cui è particolarmente legato?

«Sì ci sono e raramente combaciano con quelli che poi hanno avuto più successo. Il mare d’inverno, per esempio, è una di quelle canzoni che non può mancare. La canto a ogni concerto da più di trent’anni e quando inizia il pubblico gioisce, è uno di quei brani che dispensano felicità. Per quanto mi riguarda, invece, sono molto legato a Forma 21, canzone che chiude Alma, ultimo album inedito (2019; ndr). Parla degli ultimi momenti di vita di Lou Reed che, sorretto da Laurie Anderson, fa la forma 21, una figura di Tai Chi che rappresenta l’elevazione verso il cielo».

Dalle canzoni ai romanzi, è stato un passaggio graduale o improvviso?

«Più che altro naturale. Ho iniziato a sentire l’esigenza di esprimere concetti che non riuscivo a sintetizzare in un brano di quattro minuti. Restavano lì nella penna e soffrivo. Dalla scrittura dei romanzi ho tratto giovamento, mi è servito anche per le canzoni».

Con i Decibel ha segnato un’epoca, se guarda a quel periodo cosa vede?

«Sicuramente è stato un punto di svolta. La prima volta che in Italia si è parlato di punk è stato per i Decibel. Sono stati innovativi e sperimentatori, mi hanno insegnato a osare. E poi gli altri del gruppo per me sono come fratelli. Anche la reunion trentotto anni dopo con due dischi e un tour sono stati un bel momento».

Progetti futuri?

«Tornare sul palco. Mi mancano molto i concerti, voglio tornare a suonare dal vivo e condividere le canzoni con la gente. Del resto, i dischi si fanno per questo». —