Pedroni saluta il teatro «Formazione e futuro sono stati i miei pilastri I “nomi” non bastano»

Il direttore artistico tra imbarazzi e perplessità va in pensione «Le parole pesano e i valori contano. Temo per i giovani»

Samuele Govoni

«Le ultime settimane fatte di nomi, nomine, annunci e smentite mi hanno imbarazzato. Penso che le parole, soprattutto in certi casi, abbiano un peso e credo che la comunicazione ha senso se non è chiacchiericcio. Detto questo, mi auguro che il teatro possa proseguire il suo percorso nel migliore dei modi». Marino Pedroni dopo quarant’anni di carriera, di cui gli ultimi dieci trascorsi da direttore artistico del Teatro Comunale Abbado di Ferrara, è andato in pensione. Sessantasette anni e una vita spesa in nome della cultura.


LA PALESTRA

«Ho cominciato a lavorare come operatore culturale a Massa Fiscaglia all’inizio degli anni Ottanta. Lì mi sono occupato della biblioteca, ma anche della sala polivalente e di tutto quello che vi ruotava attorno. In paese c’era un teatro da seicento posti e bisognava capire cosa farci dentro. Per me – racconta – quel periodo è stato una palestra fondamentale».

È in quegli anni che entra in contatto con il Teatro Ragazzi e sempre in quel periodo capisce l’importanza del lavoro sulle nuove generazioni. Un lavoro capillare, faticoso ma necessario. Pedroni ha sempre creduto nella costruzione del pubblico di domani. «Coinvolgere i più piccoli con spettacoli adeguati, laboratori, incontri e presentazioni non significa indottrinare, bensì divulgare», dice. E questo è stato un elemento fisso “dell’era Pedroni” perché, anche nei periodi più difficili, al Teatro Ragazzi non si è mai rinunciato.

UN’IDEA DI TEATRO

Dopo l’esperienza in provincia, durata più o meno un decennio, Pedroni torna a Ferrara e inizia a lavorare come bibliotecario a Porotto. Sono i primi anni Novanta e Gisberto Morselli, all’epoca direttore del Comunale, gli affida il Teatro Ragazzi e il rapporto con le scuole. «C’era un mondo da scoprire e coinvolgere e – spiega –, oltre ai giovanissimi, iniziammo a esplorare il teatro di ricerca, la danza contemporanea; in particolar modo io mi occupavo delle proposte italiane». Gli anni passano, le conoscenze aumentano e anche le responsabilità crescono e portano Pedroni a diventare, nel 2010, direttore artistico del teatro cittadino. «Paolo Grassi diceva: “Teatro d’arte per tutti”. Ed è questo il concetto che ha sempre ispirato il mio lavoro. Ho sentito il nuovo direttore Moni Ovadia in più di un’occasione dire: “Teatro per tutti”. Va bene, ma non dimentichiamoci che essendo teatro comunale dobbiamo trasmettere valori; non dobbiamo seguire solo la logica del successo a tutti i costi. Non è questo lo scopo finale». Assodato che l’aspetto economico è importante, per Pedroni non bisogna trascurare i valori artistici, estetici e politici. «Compiere scelte è difficile ma anche doveroso, a volte si sbaglia ma non bisogna perdere di vista l’obiettivo che per me è sempre stato lo stesso: offrire alla città spettacoli capaci di smuovere qualcosa dentro lo spettatore. È giusto pensare ai nomi altisonanti e ai sold out, ma bisogna considerare anche le compagnie giovani e le nuove proposte sennò non si progredisce mai».

LAVORARE IN LIBERTà

Questi dieci anni sono stati scanditi per Pedroni da tre momenti tanto particolari quanto complessi: il terremoto del 2012, la riforma del Fus (Fondo unico per lo spettacolo) e la pandemia. «Nonostante le difficoltà abbiamo sempre guardato alla formazione degli spettatori». Incontri con le compagnie, approfondimenti in biblioteca, contaminazioni tra spettacoli e adattamenti cinematografici, laboratori con gli studenti. «Ho cercato di stimolare il pubblico senza soffermarmi solo sul gradimento, ho lavorato sulle nuove proposte, sui bambini e le famiglie. Luci e fuochi d’artificio ci devono essere ma non devono essere l’elemento portate di un teatro pubblico. Secondo me».

Poi, guardando a ciò che è stato sottolinea: «Ho potuto lavorare con indipendenza e autonomia e di questo devo ringraziare cda, amministrazioni, colleghi e collaboratori. Lavorare in maniera libera è stato un privilegio».

DIVERGENZE

E poi, tra lockdown, spettacoli estivi e streaming si è arrivati alle battute finali del percorso. «Le dimissioni di Mario Resca non mi hanno stupito, solo non pensavo che arrivassero così presto. Io e lui abbiamo una visione molto diversa del teatro ma lo rispetto umanamente. La pandemia ha “attenuato” le nostre divergenze». E prosegue: «Nei mesi in cui sono stato affiancato da Corvino mi sono dedicato alla creazione di due mostre, e mi sono concentrato su Teatro Ragazzi e danza. La prosa, a parte un paio di scelte, l’ho lasciata a lui». Guardando al futuro la cosa che più preoccupa l’ormai ex direttore artistico è l’attenzione che la nuova gestione destinerà ai giovani, intesi sia come spettatori sia come artisti. «Dalle dichiarazioni che ho sentito in questi mesi, una delle cose più trascurate è il rapporto con la scuola e il teatro per ragazzi. Spero di sbagliarmi. E anche quando si parla di produzioni… le parole hanno un peso. In passato abbiamo fatto produzioni teatrali nostre; concerti con Abbado, opere liriche dirette da Servillo... lavori che duravano settimane, non due giorni». —

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