Ferrara e l’elogio a Leonor Fini che poi si innamorò di Parigi

Nata in Argentina nel 1907 e morta in Francia nel ’96, visse in città negli anni ’30 Tra Metafisica e Surrealismo. Nel 1983 Palazzo Diamanti le dedicò una mostra

Vi sono due tipi di autoritratti: gli autocritici e gli autocelebrativi. La pittrice Leonor Fini era senz’altro della seconda partita. Musa di sé stessa: un talento auto/eteroseduttivo che il critico Jean-Claude Dedieu, studiandone l’opera, ha sottolineato in questi termini come espressione affascinante dell’io della Fini. Nata a Buenos Aires il 30 agosto 1907 da genitori “quasi” italiani, eredita dalla madre (tedesca a metà) i colori chiari della bionda mitteleuropea ed una bellezza radiosa. Fuggite dal padre e marito padrone, Leonor e la madre si spostano nella Trieste asburgica. Amica e spesso compagna di uomini colti ed artisti, grazie al ferrarese Achille Funi, conosciuto a Milano, il suo talento precoce si amplia con una nuova fulminazione artistica, che la colpisce proprio a Ferrara.

AMORE SURREALISTA


Al fianco del grande maestro estense, nel periodo del cantiere degli affreschi di Palazzo Municipale, in lieta (ancorché concorrenziale) compagnia di altre pittrici, come Mimì Quilici Buzzacchi e Felicita Frai. Il 30 gennaio 1938 Funi pubblicò sul Corriere Padano un proprio articolo, intitolato “Leonor Fini, pittrice ferrarese”, elogio della profonda assimilazione in lei della cultura estense. L’adesione di Fini al Surrealismo, nella Parigi anticonformista che sarà la sua vera patria, fu preparata da quanto appreso a Ferrara, città della Metafisica artistica, costola delle atmosfere surrealiste. L’autoritratto di Leonor datato 1938 reca una netta impronta ferrarese, in primis legata a Palazzo Schifanoia e al suo ciclo pittorico. Fini ammirava assai uno dei suoi artefici, Cosimo (Cosmé) Tura. Nell’autoritratto Leonor appare vestita con una blusa a balze, recisa sul gomito e al polso: i tagli ricordano alla lontana quelli dello sbrindellato “vir niger” del Mese di Marzo di Schifanoia. La sua mano sinistra calza un guanto grigio chiaro, dal quale esce la coda di uno scorpione. La presenza del guanto, da sempre segno di ricchezza e rango, ha fatto talora raffrontare questo quadro ad un ritratto di Tiziano del 1523, oggi al Louvre, L’uomo con guanto (ma in realtà i guanti sono due). Potrebbe trattarsi di Ferrante Gonzaga, figlio di Isabella d’Este. Il confronto più adeguato, però, è con un’altra opera dello stesso maestro cadorino di casa a Ferrara, Amor sacro e Amor profano (1515 ca., Roma, Galleria Borghese): una donna vestita e guantata allude al profano, mentre Amor sacro è una giovane ignuda. Nel ’900 il guanto fu oggetto feticcio di maestri come Klinger e De Chirico, quest’ultimo non sempre in sintonia con Fini, la quale affermava di apprezzarlo più come poeta che per la sua pittura. Lo scorpione richiama il Ritratto di Elisabetta Gonzaga duchessa di Urbino (Firenze, Uffizi) dipinto da Raffello nel 1505.

RITORNO AI DIAMANTI

La dama era cognata di Isabella d’Este, e soggiornava spesso a Ferrara, dove morì, nel 1526. Raffaello le pose sulla fronte una “lenza”, un filo sottile che trattiene un gioiello centrale a forma di scorpione, sul cui significato simbolico si sono esercitati stuoli di studiosi. Perché scegliere il guanto e lo scorpione per un autoritratto, non è palese, volutamente. Ma si può pensare che, osservando la parete di Schifanoia dove il Mese di Ottobre e del segno zodiacale dello Scorpione erano ormai quasi svaniti, Fini si proponesse come novella attrice e parte di quelle scene, nel luogo caro al duca Borso, che era sempre in guanti bianchi. Visione ancora da ricreare: come ha fatto, anni dopo, Maurizio Bonora. Nel 1983 una mostra monografica dedicata a Fini in Palazzo dei Diamanti ebbe ampia risonanza. Era un ritorno. Scrisse sul catalogo un autoritratto curioso, in uno stile di prosa surreale, e anche surrealista. È morta a Parigi nel 1996.

(8 - continua)

Micaela Torboli

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