C’era una volta... Viaggio fra i ricordi di un codigorese negli anni ’50 e ’60

È uscito il libro dedicato a Pontelangorino, Italba e Caprile. Avventure a scuola, giochi del passato e tanta nostalgia

CODIGORO. Nuova fatica letteraria per il pensionato con la passione della storia locale Carlo Paganini, conosciuto da molti come Marcelin. Nato nel 1940, aveva due mesi quando i suoi genitori sono arrivati a Caprile, dove ha frequentato le scuole elementari prima dell’avviamento agrario a Codigoro. Ha vissuto da bimbo a Caprile, poi a Pontelangorino fino agli anni ’60, quando poi si è trasferito a Fara Novarese (No). Si è diplomato perito agrario, si è sposato e ha due figli e una figlia, tutti coniugati. È nonno di ben cinque nipoti. Nel 1970 si è trasferito a Savigliano (Cn) dove è rimasto fino al 1976, per poi tornare nel Ferrarese: Argenta per due anni e Migliarino dal 1978 a oggi. Ha lavorato sempre in ambito agricolo con vari incarichi: rappresentante, capo area, direttore di cooperativa agricola. C’era una volta...e tanto anche di oggi, a Italba, Caprile e Pontelangorino uscito da alcuni giorni è il terzo libro che pubblica, dopo 100 profili del 2017 e Migliarino di ieri e di oggi del 2019. I tre libri hanno un filo conduttore: danno voce alle comunità a cui l’autore è orgoglioso di appartenere.

L’OBIETTIVO


Il sogno di Paganini è sempre stato quello di pubblicare volumi sulle “origini”: la storia, le tradizioni, i mestieri di allora, il mondo contadino, il bracciantato, i giochi dell’infanzia e dell’adolescenza, i passatempi, “cosa passava il convento”, e una serie di profili di personaggi, alcuni del tempo passato e altri di oggi.

Nella pubblicazione dedicata alle tre frazioni codigoresi È stato aiutato da tante persone (tutte citate nel libro), in particolare Lauro Beccari e Marco Ruffato, i suoi “angeli custodi” come li definisce lui. Ruffato, presidente dell’associazione Volano Borgo Antico una persona colta e sensibile, ha già collaborato con Paganini curando la prefazione del primo libro 100 profili mentre in questo caso ha fornito molte immagini, al pari di Luigi Padroni, a sua volta già decisivo nei due precedenti libri. Beccari, invece, ha dato un ampio contributo con le sue zirudele. E altri testi dialettali sono stati presi dai lavori realizzati da Gianfranco Cori. Paganini ha scritto questo volume per due motivi principali: l’amore per il territorio e l’invito alle tre frazioni a non dimenticare il dialetto. Nel libro, infatti, sono contenute tante espressioni dialettali e scambi di battute a volte tradotte, altre lasciate così.

VIAGGIO NEL TEMPO

E le tradizioni sono il fulcro del volume, a esempio si racconta di quando negli anni ’50 la moglie dava del “voi” al marito e in alcuni casi anche al figlio maggiore, come i figli davano del “voi” ai genitori, soprattutto al padre. La donna in stato interessante partoriva fra le mura domestiche e magari il giorno prima era andata a lavorare nei campi, così un ruolo importante lo svolgeva la levatrice (la “malmusi”), ruolo svolto in quegli anni dalla signora Rosina, poi da Giorgina e infine da Desy. Il nascituro veniva fasciato fino alle ginocchia per almeno tre mesi, per far sì che schiena e gambe rimanessero dritte. Era frequente per far addormentare il bambino, che non solo la mamma lo cullasse, ma anche i fratelli e il papà, raccontando filastrocche. Le mamme cantavano anche le ninne nanne: “Gata spina”, “Campa fasàn”, “Tira’n drè clà man”. Era inoltre particolarmente difficile che le mamme lasciassero a casa i bambini, se li portavano con loro in campagna o li affidavano alla nonna o ai fratelli maggiori. E per togliere il latte materno al piccolo, lo si portava qualche giorno lontano da mamma, nonni e parenti.

Altra tradizione, nelle serate d’inverno, assistere alla raccolta delle braci dal focolare da parte delle mamme che le mettevano nello scaldaletto (al “pret”) che andava situato sotto le coperte di modo da scaldare le lenzuola. È rimasto impresso all’autore come le mamme introducessero le braci nello scaldino con il pollice e l’indice senza bruciarsi e ciò avveniva perché inumidivano le due dita con la saliva. Invece, sulla rete del letto si metteva il pagliericcio, al “paion”, contenente i cartocci di granoturco, sopra veniva messo il materasso (al “piumaz”) pieno di piume d’oca ma era un lusso per pochi, i poveri avevano le piume di gallina.

I GIOCHI

A sei anni si iniziava a frequentare la scuola elementare (Paganini a Caprile) facendo il tragitto a piedi e davanti alla scuola ci si fermava un po’ a giocare. In alcune scuole elementari della zona, esempio a Pomposa, c’era anche la sesta. La bidella era Antonia una persona disponibile con tutti gli scolari. All’autore sono rimaste impresse la cartella di legno di Angelo e quella con stecche di legno e cinghie di Rolando. E un altro interessante capitolo è stato dedicato ai giochi più caratteristici di un tempo, dagli aeroplani di carta alla battaglia navale, ma il più diffuso era la “cut”, il nascondino. —

Mariacarla Bulgarelli

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