Il lato oscuro dell’uomo nel romanzo di Cesaro «Se non lo annienteremo l’orrore ci distruggerà»

Esce oggi “31 aprile”, secondo libro del ghost writer di Nino Sgarbi Lo scrittore torna con un thriller che racconta il fascino della violenza 

L’INTERVISTA

Samuele Govoni


Il fascino del male, l’ideologia nazista e il ritmo del thriller. Sono questi gli ingredienti di 31 aprile. Il male non muore mai (ed. La nave di Teseo), secondo romanzo di Giuseppe Cesaro da oggi in libreria. Lo scrittore, ghost writer ed editor di Nino Sgarbi, per anni ha seguito il farmacista di Ro nella sua produzione letteraria incentrata sui ricordi e sul suo amore per la Rina.

Con Indifesa, suo romanzo d’esordio uscito sempre per La nave di Teseo, Cesaro ha consegnato al lettore una parabola sulla solitudine, la ricerca e l’esclusione. Questa volta, invece, lo scrittore volta pagina e si concentra sul lato oscuro dell’essere umano.

Quando e perché ha scelto di affrontare una tematica tanto spinosa quanto attuale come il ritorno, se di ritorno si può parlare, dell’ultradestra?

«Crediamo che l’orrore sia alle nostre spalle ma non è così. È intorno a noi. Dentro di noi, anzi. È un virus che spargiamo ovunque e che non risparmia nessuno. Delle due l’una: o diventiamo il vaccino che lo annienta o lui annienterà noi. E basta guardarsi intorno per capire come stiano andando le cose».

Il titolo del romanzo coincide col nome del gruppo attorno al quale ruota la storia. Chi sono quelli del “31 aprile”?

«Ragazzi affascinati da una delle ideologie più devastanti della Storia. Vogliono riprendere là da dove Hitler ha lasciato: strappare l’umanità all’umanità. Il fatto è che niente seduce come il male: una belva così feroce che è quasi impossibile tenere al guinzaglio. Molto più facile – e divertente – lasciarla libera di dar sfogo ai nostri istinti peggiori».

Perché secondo lei, nonostante tutti gli orrori, il nazismo affascina ancora? Lo stesso fenomeno vale anche per il comunismo o è una nostalgia unilaterale?

«È il male, non il nazismo che affascina. E il male non ha colore. Il nazismo affascina in quanto una delle più malefiche incarnazioni del male. E il male non muore mai. Anche perché il bene non può usare le stesse armi, o diventerebbe male esso stesso. Il bene, dunque, non può vincere. Al massimo, può pareggiare, mettendo il male in condizione di non nuocere. Ma ci vogliono energie enormi, che solo pochissime anime, purtroppo, posseggono».

La sua produzione spazia dai romanzi alle graphic novel, dalla musica ai saggi. Quando ha cominciato a scrivere e cosa le piace della scrittura?

«Sono nato in una casa-biblioteca/emeroteca. Mio papà era un pensatore raffinato: grande intelligenza, grande cultura, grande apertura. Nel 1960, il suo romanzo La montagna paziente vinse il Premio Manzoni, quando in giuria c’era gente come Mario Pomilio e Bonaventura Tecchi. Le parole erano nell’aria. Ho cominciato ad ascoltarle e non ho più smesso. Per il resto, non sono che un nano sulle spalle di un gigante. Scrivo nella speranza di non deludere. Lui e chi mi leggerà».

Che effetto le ha fatto vedersi interpretato da Fabrizio Gifuni nel film “Lei mi parla ancora” di Pupi Avati? Cosa ricorda di quei giorni con Nino e la famiglia Sgarbi?

«È stato emozionante. Molto. Sia il fatto che un grande regista come Pupi Avati abbia scelto il rapporto tra Nino Sgarbi e me – il suo ghost – come uno dei temi centrali di un suo film, sia il fatto che un attore di rara profondità come Gifuni mi abbia interpretato. Ma soprattutto mi ha emozionato aver conosciuto una grande anima come Nino Sgarbi, ed essere diventato prima suo amico e poi la sua voce. Privilegio preziosissimo. Ringrazio Elisabetta, la Rina e Vittorio di avermelo concesso». —

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