Il Festival di Cannes parla al femminile Palma d’oro a “Titane” di Julia Ducournau

Renate Reinsve e Caleb Laundry Jones i migliori attori, la commozione di Bellocchio per il premio alla carriera

cannes. A trionfare sulla Croisette in questa edizione insolitamente estiva del Festival di Cannes (causa emergenza Covid) è il film francese “Titane” di Julia Ducournau, parigina, 37 anni. È la seconda regista donna a vincere il massimo riconoscimento del Festival. La vittoria della Palma d’oro è stata annunciata, per errore, da Spike Lee a inizio cerimonia, molto prima del previsto, lasciando di stucco la platea. Il successo della giovane regista francese e del suo “Titane” è stato poi confermato alla fine, come vuole la tradizione, ma l’effetto sorpresa era ormai svanito da tempo.

All’annuncio del premio alla fine, il regista americano – presidente della giuria – si è scusato dicendo «questa è la mia seconda possibilità», ma di nuovo rischiando di rovinare il momento non aspettando l’arrivo di Sharon Stone che ha consegnato il premio a Ducourneau. Fermato in tempo, Spike Lee ha evitato il secondo errore e ha annunciato insieme all’attrice, definitivamente, la vittoria.


“Titane” è un po’un film horror, un po’un thriller infernale che non si ferma davanti ad alcun tabù. Dentro ci troviamo così l’eterno ermafrodito, il sesso fatto con le macchine e dentro le auto, la pratica crudele della mantide religiosa, gli steroidi, una gravidanza piena di olio motore con tanto di musica sacra in sottofondo. Per la Ducournau, regista appassionata del corpo, Vincent Lindon e Agathe Rousselle, i due protagonisti, si sono dedicati a un super allenamento. Rousselle è Alexia, scomparsa da bambina dieci anni prima, e ora bellissima e sexy. Balla divinamente e divinamente conquista, uomini e donne per lei pari sono, e li uccide con il suo lungo ferma capelli. Lindon è suo padre Vincent (che la crede un figlio maschio) capitano dei vigili del fuoco sempre alle prese con il suo corpo: si riempie di steroidi perché si sente vecchio.

«Il mio film non è perfetto, qualcuno dice che è mostruoso – ha detto la regista fra applausi scroscianti al momento della premiazione – La mostruosità che attraversa il mio lavoro è una forza che rompe la cosiddetta normalità. Grazie alla giuria, ha accettato un mondo più fluido e inclusivo».

L’Italia resta a bocca asciutta come sostanzialmente previsto. La giuria presieduta da Spike Lee non ha infatti premiato con alcun titolo “Tre piani” di Nanni Moretti, unico film tricolore in concorso. Unico soddisfazione per il nostro cinema la Palma d’oro d’onore a Marco Bellocchio, consegnata da Paolo Sorrentino in mezzo a una standing ovation. Il regista ottantunenne ha ringraziato, commosso, parlando in italiano: «Voglio condividere il premio con la mia famiglia allargata. Le cose che mi sono riuscite hanno sempre avuto due concetti: immaginazione e coraggio, sono due cose obbligatorie nel nostro mestiere. Un regista deve avere coraggio».

Il resto del palmares non ha risparmiato qualche altra sorpresa. Miglior attore è l’americano Caleb Landry Jones per “Nitram” di Justin Kurzel; migliore attrice la norvegese Renate Reinsve per “The worst person in the world” di Joachim Trier. Il premio come miglior regista è andato a uno dei favoriti per la Palma d’oro: Leos Carax per “Annette”. Il premio della giuria è stato assegnato ex aequo ai film “Haberech” di Nadav Lapid e “Memoria” di Apitchapong Weerasethakul. Il premio per la miglior sceneggiatura a Hamaguchi Ryusuke e Takamasa Oe per “Drive my car”. Ex aequo anche il Grand Prix a Asghar Farhadi per “Ghahraman” e Juho Kuosmanen per “Hytti n°6”. La Camera d’oro per la miglior opera prima va a “Murina” della croata Antoneta Alamat Kusijanovic, assente alla cerimonia dopo aver partorito venerdì. Fra i corti vince “Tia Xia Wu Ya” di Tang Yi, mentre la menzione speciale va a “Céu de agosto” di Jasmin Tenucci. —