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Ferrara, Orlando all’Abbado tra emozioni e paure: «Il testo mi ha scelto»

In scena con lui anche l’orchestra Terra Madre. Sabato a mezzogiorno al Ridotto l’attore incontrerà il pubblico 

FERRARA. «In me, nella mia carriera, ci sono due elementi fondamentali: uno razionale e uno irrazionale. A volte sono io a scegliere i testi da affrontare ma il più delle volte sono loro a scegliere me. In questo caso è andata così. Il romanzo mi si è imposto, mi ha travolto e non ho potuto fare a meno di metterlo in scena». Sono le parole di Silvio Orlando, regista e attore protagonista di “La vita davanti a sé”, spettacolo tratto dal libro di Romain Gary. Lo spettacolo andrà in scena da domani a domenica al Teatro Comunale Abbado di Ferrara (corso Martiri della Libertà, 5) e sabato alle 12 l’attore incontrerà il pubblico nelle sale del Ridotto.

“La vita davanti a sé”, uscito nel 1975 e portato al cinema due anni dopo, nel 2000 anche una versione con Sophia Loren, racconta la storia di Momò, bambino arabo di dieci anni che vive nel quartiere multietnico di Belleville nella pensione di Madame Rosa, anziana ex prostituta ebrea che ora sbarca il lunario prendendosi cura degli “incidenti sul lavoro” delle giovani colleghe. In scena con Orlando l’ensemble dell’orchestra Terra Madre con Simone Campa, Gianni Denitto, Maurizio Pala e Kaw Sissoko, che ricrea sonorità yiddish, arabe e francesi. Il teatro, il cinema e il ritorno sul palcoscenico, Silvio Orlando si racconta.


Ha detto di essere stato scelto da questo romanzo, perché?

«Quando ho iniziato a leggerlo mi sono subito appassionato alla storia. Mi sono preoccupato per le sorti del bambino e della donna, più andavo avanti e più mi rendevo conto di trovarmi di fronte non solo a un capolavoro ma anche a un libro attuale e necessario. Portarlo in scena per me è stato quasi un obbligo morale».

È uscito negli anni ’70 ma parla ancora al presente.

«Per l’Italia è più attuale che mai, negli anni Settanta c’erano tanti problemi ma non questi. Oggi si parla di immigrazione, convivenza, razzismo, culture, religioni; imparate a vivere insieme è la grande sfida dei prossimi decenni. Ho cercato di rispettare gli elementi forti del romanzo, di restare fedele alle pagine e, al di là della sfera ideologica e politica, mi sono concentrato sui sentimenti».

Quanto contano i rapporti umani?

«Sono alla base di tutto. In questo spettacolo ho indagato il rapporto tra madre e figlio, un rapporto fortissimo capace di condizionare la vita e mai perfetto. Non a caso tutte le teorie psicoanalitiche partono da lì. Molto di quello che siamo e diventiamo affonda le radici in quel rapporto e quando non c’è come ci si costruisce?».

Mancava dal cinema da cinque anni poi sono arrivati “Ariaferma” e “Il bambino nascosto”. Si era stancato del grande schermo?

«Avevo bisogno di prendermi una pausa. La presenza costante e pressante alla lunga stanca, questa assenza ha consentito anche al pubblico di vedermi con occhi nuovi. Io le chiamo “piccole morti” o “morti apparenti”. In questi anni ho fatto altro, c’è stata anche la grande parentesi di “The Young Pope” con Paolo Sorrentino; un’esperienza bellissima. Mancavo dal cinema dal 2016 e il periodo mi è servito per capire cosa ero diventato, in quale fase della vita ero entrato. Adesso lo so. Ho sempre cercato di essere prima di mostrare. È questa la mia maschera».

Che effetto le fa tornare sul palco dopo questo lungo stop? Quanto c’è bisogno del teatro?

«Il teatro nasce dal rapporto tra le persone in scena quelle in sala, altrimenti non esiste. Non so dire se ci sia bisogno oppure no, non so se sia indispensabile oppure no ma so che il teatro è una costante per gli esseri umani. Per me raccontare storie, ascoltarle ed emozionarmi è un’esigenza concreta».

Come lo definirebbe?

«Penso che il teatro sia come una scatola un po’ desueta, forse anacronistica, ma con una sua parte vitale unica e insostituibile».

Per informazioni e biglietti: 0532.202675, www.teatrocomunaleferrara.it.