Tracce di Ferrara nella mostra a Venezia La visita del duca nel dipinto di Bastiani

“Venetia 1600. Nascite e rinascite”, l’allestimento a Palazzo Ducale e l’olio su tavola del 1487 

IL FOCUS

Chi intenda visitare la mostra “Venetia 1600. Nascite e rinascite” (direzione scientifica di Gabriella Belli, a cura di Robert Echols, Frederick Ilchman, Gabriele Matino e Andrea Bellieni, fino al 25 marzo 2022) al Palazzo Ducale di Venezia, oltre ad opere d’arte di nomi altisonanti di celebrati maestri, troverà anche oggetti minimi, eseguiti da artigiani/artisti rimasti ai margini della celebrità o addirittura anonimi, ma utili per capire gli sviluppi economici, politici e soprattutto culturali della Serenissima, attraverso il suo millennio e mezzo di storia. Non mancano spunti ferraresi.


La mostra si snoda nell’Appartamento del Doge, le cui sale sono dotate di giganteschi camini monumentali, decorati con maestria insuperabile dagli scultori Tullio e Antonio Lombardo, membri di una famiglia di artisti geniali attivi a Venezia nell’architettura e nella scultura. Essi lavorarono anche a Ferrara. Antonio è stato fra l’altro l’autore delle stupefacenti lastre marmoree dei Camerini d’Alabastro in Castello Estense, eseguite per il duca Alfonso I d’Este, strappate dalle pareti dopo la Devoluzione ed oggi all’Ermitage di San Pietroburgo. Per celebrare quei fasti, a Ferrara esiste una Via Antonio Lombardo: egli morì appunto a Ferrara nel 1516, e fu sepolto nella chiesa di Santa Maria della Rosa. Può invece passare inosservato, in mostra, un quadretto di qualità mediocre, ma davvero interessante. È un olio su tavola alla maniera di Lazzaro Bastiani (Padova 1429-Venezia 1512) del Museo Correr, datato 1487 circa. Secondo i curatori sarebbe incentrato su una visita del duca di Ferrara, Ercole I d’Este, insieme al figlio Alfonso, suo erede ancora ragazzino, essendo nato nel 1476. Il quadro è stato scelto solo perché vi si mostra la Piazzetta al tempo in cui non esisteva ancora la Libreria sansoviniana, e di fronte al Palazzo Ducale c’erano locande, taverne, forni e un mercato delle carni. Nel quadro il barbuto doge, Agostino Barbarigo, veste in broccato d’oro e porta il “corno”, ovvero il tipico copricapo dogale. La delegazione estense preferisce il nero. Anche alcuni patrizi veneziani portavano toghe nere ma foderate di rosso, come i Savi, gli Avogadori e i capi di Quarantia. Si notano uomini con lunghi abiti scarlatti, forse senatori “pregadi”, paludati nei “roboni” damascati e con una stola sulla spalla.

Il gruppo sta per entrare a Palazzo Ducale. Leggendo le cronache del tempo si può essere certi che il dipinto non si incentra su Ercole I d’Este, assente, ma sul suo erede, il figlio Alfonso, giunto in laguna insieme a Nicolò da Correggio, Annibale Bentivoglio e Teofilo Calcagnini, con un seguito di duecento persone. Era il marzo 1487, e il duca intanto partiva per Santiago di Compostella, dove non giunse mai perché papa Innocenzo VIII, indispettito e sospettoso, lo fece bloccare a Milano. Lo scopo dei visitatori a Venezia era richiedere protezione e difesa di Ferrara durante l’assenza del duca. Tutto questo, e molto altro, sta in un quadro piccolo e malmesso, nel cuore di una mostra grandiosa e rutilante.

Micaela Torboli

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