La Pianura è sempre protagonista Dalle pagine di Belpoliti a Cibotto

La Nave di Teseo riporta alla luce Cronache dell’alluvione, esordio del noto scrittore rodigino

La pianura tracciata all’imbrunire dalle luci tremule dei fanali, dalle schiere di lampioni sulle tangenziali interminabili e dai fari sparuti sulla costa adriatica: queste luci portate in alto dai nostri desideri sono tutto e niente al contempo, e spesso intermittenti come la nostra stessa natura. Il viaggio nella Pianura (Einaudi) di Marco Belpoliti, scrittore e docente dell’Alma Mater, è uno dei libri imprescindibili con cui cominciare il 2022 e di cui svariate pagine sono dedicate a Gianni Celati. L’autore sostiene di aver imparato da lui che i vivi e i morti stanno insieme come le rive del Po, opposte e mai coincidenti, ma inevitabilmente corrispondenti.

NEL SEGNO DI CELATI


«Ci spaventa l’idea di passare di là, di entrare nel Regno dei Morti. Perché l’ideologia edonistica e materialista che si è impadronita delle nostre menti ci impedisce di pensare che la comunicazione tra i vivi e i morti è sempre aperta, che noi parliamo coi morti e loro ci visitano nei sogni. Abbiamo perso una fonte importante di conoscenza del mondo e di noi stessi perché i morti non lo sono per sempre, ma vivono nella nostra memoria, sono una fonte viva e un aiuto nel corso della vita. La scomparsa dell’oltretomba non è stato un vantaggio per nessuno di noi. Siamo solo davanti alla morte, una solitudine che le religioni riuscivano a colmare. Crediamo nell’inconscio, andiamo dagli psicoanalisti e parliamo del nostro passato e non crediamo più che il passato di intere generazioni». Lo stesso Belpoliti si è definito «figlio della nebbia», poiché l’opacità appartiene al quotidiano, ai rapporti umani: «Nessuno ci vede chiaro nella vita. Ci muoviamo come dei sonnambuli e spesso in mezzo alla nebbia, andiamo tentoni. Nessuno sa spiegare davvero fino in fondo perché ha fatto una scelta piuttosto di un’altra, perché siamo non solo esseri pensanti, ma senzienti. Sentiamo e pensiamo insieme, questa la è la condizione umana. La nebbia è un fenomeno naturale, ma anche una metafora visiva della nostra esistenza umana».

Dalle influenze della piana emiliana si passa a quelle polesane di Gian Antonio Cibotto, i terreni dove il Grande Fiume discende.

L’ESORDIO DI CIBOTTO

Elisabetta Sgarbi ha riportato alla luce Cronache dell’alluvione (La nave di Teseo), l’esordio dello scrittore rodigino incentrato sulla rotta del Po del 14 novembre 1951, che devastò la provincia di Rovigo e in parte quella di Venezia. “Dove no se crede, l’acqua rompe”: rigorosamente in prima persona e scandendo le ore con i proverbi, con il ritmo delle sue radici, Cibotto annota lo spaesamento e l’impotenza nei volti di chi, con il tetto e la terra, si è visto spazzare via l’esistenza in poche ore dalla furia cieca dell’acqua. «Toni, con lo stesso coraggio di mio padre – argomenta la direttrice editoriale che ridarà alle stampe tutte le opere di Cibotto – affrontò i giorni dell’ira del fiume, accompagnò i soccorritori, ascoltò le persone, raccolse le singole tragedie e gli splendenti atti di coraggio e di solidarietà, determinando un affresco che ancora stilla vitalità e freschezza». Lo stile antiretorico dell’autore che aveva attirato anche l’attenzione di Montale, rivela un temperamento indocile, a tratti brusco, ma tenacemente intenso e veritiero.

«Lo vedi? L’inverno qua – mormorò a un tratto io sì e no / traudendola – è tale e / quale come la primavera uguale / identico all’estate», si scorge nella raccolta In gran segreto (1978), da poco ripubblicata in Bassani. Poesie complete (Feltrinelli), a cura di Anna Dolfi.

L’ORIZZONTE DI BASSANI

A casa il grande scrittore riposava finalmente gli occhi di chi scruta la realtà senza sosta, riempiendosi di pace, assorbendo la lentezza che già il verde dei campi, «appena fuori Ferrara», gli infondeva nello sguardo. Quasi fosse «sotto il più perfetto dei vuoti» e lontano dalle scadenze incombenti, Bassani si illudeva che il suo amore potesse essere inesauribile.

«Poi quello scrivere di lei e di me / è il solo quadro che resta del parco»: non sfugge l’ascendente bassaniano sulla nuova silloge Sotto le palpebre (puntoacapo) di Edoardo Penoncini. Il poeta segue l’andamento opposto e accompagna con dedizione il raffreddamento del tempo amoroso, «quando alla Prospettiva la corriera / sembrò tagliare l’arco verso il nulla / e bucare il buio…»,quando al borgo tornava entusiasta, «grande dall’esperienza di città».



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