Il “Cristo dei dolori” di Botticelli a New York L’opera sarà battuta all’asta da Sotheby’s

Il quadro “ferrarese” ha un valore stimato di oltre quaranta milioni. Sotto al dipinto un’immagine successivamente coperta

Domani andrà all’asta da Sotheby’s New York forse l’ultimo dei dipinti ancora in mani private di Sandro Botticelli (1445-1510): un quadro fiorentino fuori, e ferrarese dentro. Ha una stima superiore ai quaranta milioni di dollari, cifra che supererà agevolmente. È il prodotto estremo della crisi spirituale che colse il maestro quando fra ’Ieronimo da Ferrara, ovvero Girolamo Savonarola, portò a Firenze il fuoco della sua predicazione pauperista rivestita di teologia severa, drammaticamente avversa ai costumi di vita e alla cultura imperanti nella Firenze medicea.

CERCHIO ANGELICO


Botticelli girò allora le spalle alla rinascita del paganesimo antico che la sua città, i suoi mecenati artistici e lui stesso, con i suoi capolavori, tanto avevano contribuito a creare, uno stile che ne ha decretato successo e popolarità, ma che il frate ferrarese vedeva come l’anticamera dell’Inferno, e pertanto tentò in ogni modo di avversare, fino alla morte tragica sul rogo, il 23 maggio 1498, ultima tappa di un impegno politico-religioso che lo aveva visto giungere fino ai vertici del potere di Firenze. Botticelli, permeato dal messaggio savonaroliano, rappresenta Cristo come “Uomo dei dolori”. Non è affatto un Risorto, come si legge, perché in questo caso, nei dipinti, la sua figura risplende, libera dai tormenti umani. È invece fermato il momento in cui, già legato e incoronato di spine, egli sta per affrontare l’ultima parte della sua vita terrena. La divinità fatta uomo, pur nelle sofferenze, rimane pressoché intatta nel corpo (solo qualche segno sulla pelle, in corrispondenza delle punte delle spine), l’abito rosso vivo, decorato in oro con una scritta da interpretarsi, è integro, perfetti i fluenti capelli ramati, asciutte le stimmate: nulla a che fare con il Gesù affranto, malconcio e sanguinante che di solito viene effigiato in questo frangente. È un invito a meditare sull’exemplum, e non tende al realismo. Dalla tavola promana un pathos intensissimo. Al posto dell’aureola, o nimbo di santità, che di solito è un cerchio d’oro che circonda la testa, Cristo è inghirlandato da una sequenza circolare di angeli monocromi, tutti bianchi. En grisaille, questo è il termine tecnico. Sembrano schermarsi gli occhi con una mano, per non essere abbacinati dal suo splendore.

Reggono gli strumenti della Passione: ad esempio la colonna cui Gesù fu costretto durante la flagellazione, la scala che lo condusse in cima alla croce, i chiodi dai quali venne trafitto, la lancia che Longino usò per ferire il suppliziato, e infine la Croce stessa, che poggia sul capo di Cristo come esso fosse il Calvario umano, e va ricordato che Calvario, tratto dall’aramaico gūlgūta (teschio), significa “luogo del cranio”. Questo cerchio angelico ricorda, in ben altro senso ma con affinità, quello della Natività mistica che Sandro dipinse nel 1501 (è firmata e datata, un unicum per Botticelli, e si trova alla National Gallery di Londra), perciò coevo al dipinto in asta. Si tratterebbe di una idea basata su una sacra rappresentazione tenutasi a Firenze, e ideata da Filippo Brunelleschi, dove fanciulli vestiti da angeli venivano appesi grazie ad una macchina teatrale, e fatti ruotare. Recenti esami sulla tavola all’incanto hanno evidenziato sotto la pellicola pittorica una sottostante immagine mariana, poi coperta.

ultimi due secoli

Il quadro ha una storia solo a partire dall’Ottocento: lo ebbe Adelaide Kemble Sartoris (1814 o 1815-1879), una cantante lirica e scrittrice londinese entrata a far parte dell’alta società, e vissuta anche in Italia: suo figlio fu genero del presidente degli Stati Uniti, Ulysses S. Grant. Passò in eredità alla pronipote lady Cunynghame, che la mise all’asta nel 1963 ricavandone un misero frutto, perché l’attribuzione a Botticelli non era confermata da studi solidi, dal momento che ben pochi ebbero mai modo, nel tempo, di esaminare il quadro. Di esso si erano quasi perse le tracce, finché, nel 2009, fu esposta in una mostra a Francoforte. Con l’asta verrà probabilmente di nuovo inghiottito nel ventre di una collezione privata, e mai più lo rivedremo.



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